domenica 20 dicembre 2009

Pane e tempesta di Stefano Benni


Mi piace Stefano Benni , mi piace la dolcezza delle sue storie e sopratutto la poesia dei suoi personaggi, che sono i veri protagonisti dei libri che scrive.
Ebbene il suo ultimo romanzo, Pane e Tempesta è proprio un libro manifesto del Benni-Pensiero.
Tra le sue pagine, radunati intorno al Bar Sport, troverete infatti tutta una galleria dei suoi migliori personaggi, ciascuno con le proprie strampalate peculiarità, ciascuno allegoria dei migliori vizi e delle peggiori virtù umane.
E potrete assistere alla lotta di costoro per la salvezza del paese di Montelfo, minacciato dalle mire espansionistiche- cementificatorie di una ridda di affaristi senza scrupoli e di politici maancheinciucisti.
E' ancora una volta una lotta senza quartiere, una vera e propria lotta tra il bene e il male, perchè in gioco non c'è solo la sorte del piccolo paese di montagna, bensì quella di uno stile di vita, anzi di una civiltà che non perde di vista le cose veramente importanti e che non si fa abbagliare dal superfluo e dal dannoso conto la inciviltà del profitto, del tutto e subito e dell' apparenza senza memoria.
Ancora una volta Benni, usa la penna per mettere in guardia eserciti di cittadini (intesi come umani-urbani, i suoi lettori) che vivono la propria esistenza seguendo, anzi subendo, un modello di vita teso al consumo in quanto tale, individualista all' estremo ed in definitiva sempre più lontano dalla propria vera natura. Lontano dalla Natura.
Certo, detto così sembra progetto letterario piuttosto ambizioso oltrechè pesante e invece Benni dipinge questa lotta con la sua personale, lievissima, tavolozza fiabesca.
Inventa personaggi deliziosi quanto improbabili e a ciascuno mette in bocca una favola (o una parabola se vogliamo), finendo per dar vita ad un racconto corale (il Bar Sport in fondo è un luogo ove ognuno racconta la sua storia) che si snoda veloce sino al commovente epilogo.
Una lettura leggera e salutare, che ricorda a tutti noi quanto sia facile dimenticarsi di ciò che è veramente importante e di quanto altrettanto facile possa essere spendersi all'inseguimento di vane apparenze.
Sempre utile.

PS: introduco il servizio "Se ti è piaciuto questo, prova anche quest'altro". In questo caso il suggerimento di lotta appenninico ambientalista è Guerra agli umani di Wu Ming 2.

mercoledì 16 dicembre 2009

Avoledo e l'elenco telefonico di Atlantide


L' opera prima di Tullio Avoledo, friulano, bancario prestato alla scrittura o forse scrittore prestato all' ufficio legale di una banca di Pordenone, è un romanzo che si intitola "L'elenco teleonico di Atlantide".
Già un titolo può far presagire qualcosa del contenuto di un libro. Ebbene, in questo caso la copertina ci offre almeno un indizio per indovinare cosa si troverà tra le pagine di questo romanzo.
Atlantide e l' elenco telefonico infatti, sono due cose che stanno insieme come cozze e nutella e questo del titolo non sarà il solo "ponte concettuale" che il lettore dovrà gettare tra un tema e l' altro durante la lettura.
Preparatevi, perchè Avoledo se ne frega della verosomiglianza e vi porterà a spasso tra le sue fantasie più scellerate, senza riguardo alcuno per la logica, tanto è un racconto di fantascienza, no anzi un thriller fantasy. Anzi no, un racconto grottesco.
Insomma, il nostro Tullio cambia registro ed argomenti con grande (forse troppa) disinvoltura, mettendo insieme di tutto e dopo un avvio piuttosto lento (forse inizialmente voleva fare un altro racconto?) la storia prende quota sino a diventare davvero avvincente e divertente.
Il protagonista, un autobiografico impiegato di banca, si troverà a fronteggiare una cospirazione mondiale che vedrà coinvolti nell' ordine: seguaci di antichi Dei egizi, gli stessi Dei egizi, strampalati appartenenti alla setta segreta dei Rosacroce e raffinati impostori. I
l ritmo, così come gli argomenti non mancheranno, così come la voglia di vedere come finisce.
Certo, occorre firmare un contratto con lo scrittore piuttosto oneroso, dove la realtà è sempre quella che scrive lui, salvo quando non scrive qualcosa di diverso, ma alla fine il compenso è una lettura molto divertente. E scusate se è poco.

Avvertenza: è un classico libro che non si può leggere facendo molte pause, rischio di non ricordare e capirci nulla.

Avvertenza 2: se non è piaciuto American Gods di Neil Gaiman, meglio non avvicinarcisi (a buon intenditore...)

giovedì 10 dicembre 2009

Recensioni d'essai: GranTorino di Clint Eastwood

Questa settimana ho finalmente recuperato una mancanza che avevo accumulato durante la precedente stagione cinematografica. Ho affittato il cd di "GranTorino", penultima fatica dell' ottuagenario Clint Eastwood.

In molti me ne avevano parlato bene e così, quando si è presentata l'occasione l' ho scelto.
E' la storia di un vecchio (proprio lui, il monolitico Clint) pensionato americano, ex-operaio della Ford e reduce della guerra di Corea, che resiste ad abitare in un quartiere che piano piano si è trasformato in una sorta di Chinatown (anzi, Hmong-town, ma per lui è lo stesso).
Il vecchio Walt è un vecchio razzista, che mal digerisce l' invasione di quelli che per lui sono "musi gialli". E' tuttavia un tipo tutto di un pezzo e così come tiene alta la bandiera dell'americanità, lui che di cognome fa Kowalski, così mal digerisce i soprusi che una gang di teppisti asiatici infligge ai suoi vicini di casa.
E così, anche se un pò fuori tempo massimo, il Texano dagli occhi di ghiaccio, torna a vendicare le ingiustizie, menando cazzotti e fucilate.
Poco a poco, il vecchio Walt, dapprima rigido e irremovibile, scoprirà come recuperare il rispetto delle persone, perfino dei "musi gialli" e sopratutto l' amore per la vita.

Perchè GranTorino? Il titolo è tratto dal nome di un coupè della Ford, icona sportiva degli anni '70 (era l' auto di Starsky), che il nostro possiede e che tratta con cura maniacale. E proprio l'auto, sarà al centro di un evento che costituirà il punto di svolta nell'esistenza del protagonista.
Il film sfrutta un meccanismo che Clint ha dimostrato di saper usare benissimo già con Million Dollar Baby. Il duro che si scioglie e poi lacrime finali. La pellicola è sicuramente godibile e raggiunge i suoi scopi (oltrechè un discreto successo al botteghino), tuttavia debbo dire che mi aspettavo di meglio. Mi è sembrato tutto costruito con molto mestiere, con Eastwood che gigioneggia alla grande nel suo classico (e unico?) ruolo e con una sceneggiatura organizzata per commuovere.
Onesto e ben fatto, ma niente di più.
E per te? Vota il sondaggio! (ma anche no, insomma...)

domenica 6 dicembre 2009

Ecco un titolo da evitare: A serious man.

Ci sono sere che vuoi andre al cinema e, se anche in cartellone non ci sono film che ti attraggono, scegli il meno peggio, paghi il biglietto e ti accomodi in platea.
Stasera è andata così che ci siamo presentati a vedere "A serious man" dei fratelli Coen.

Non sono un raffinato cinefilo, il mio genere di film preferito è spettacolare, divertente e - di solito - a lieto fine, lo ammetto.
E tuttavia, la proiezione di questa sera resterà nella mia memoria come una delle (scegliete voi il termine più appropriato)**ate più pazzesche che mi sia mai capitato di vedere.
Si è trattato di 105 minuti di film lento all' inverosimile, farcito di sfighe e complessi psicologici che neppure Woody Allen in crisi avrebbe mai prodotto. Il protagonista, un insipido professore universitario, è sopraffatto da tutto. Dalla moglie, dall' amante di lei, dai rudi vicini di casa, dai figli che gli rubano i soldi, dal fratello che gli scrocca la vita, dai commericanti di dischi per corrispondenza, dagli studenti che lo ricattano e perfino dai rabbini cui si rivolge per ottenere conforto. Quando sembra essere in procinto di ricevere finalmente una buona notizia, il latore della medesima, muore di infarto.
Forse il motivo  di tanta sfiga è da ricercare nei primi 10 minuti di film (in yiddish), dove si assiste all' omicidio di un rabbino, avvenuto secoli orsono in Germania e che pare scatenare una maledizione. Ma chi lo sa?
Insomma, un pò Forrest Gump, un pò Fantozzi ebreo del Minnesota che però non intenerisce e non fa neppure ridere, anzi, innervosisce con il suo continuo ed implacabile subire.
L' amara ironia che talvolta strappa sorrisi alla platea, così pure come le facce di alcuni dei protagonisti, non bastano a scongiurare un giudizio pessimo, condiviso pressochè da tutti i partecipanti alla proiezione.

Concludendo: da evitare come la peste.

Dieci cose di me. Strane forti...

Alf (mannaggia a lui! :)) mi coinvolge in un gioco in cui dovrei riuscire ad elencare dieci cose insolite o curiose che mi riguardino. Si tratta di un meme, una sorta di passaggio di consegne che ricevi da un blogger e, dopo aver dato il tuo contributo, inoltri a un terzo.

1. Deve esserci un nome per questa cosa, ma non lo conosco. Comunque se penso agli occhi, intendo dire il globo oculare, svengoooo..........
Va da sè che oltre ad aver rinunciato a fare l'oculista, non posso neanche immaginarmi con lenti a contatto.



2. Ogni sera, prima di andare a letto, controllo che la porta sia chiusa a chiave. Normale certo, se non fosse che chiudo ogni volta che entro.

3. Quando vado all stadio ed ascolto l'inno della Fiorentina, mi commuovo come le ascelle di un iper-obeso a ferragosto.

4. Odio volare. Anzi, ho il terrore.

5. Non sopporto i piatti che contengono il vitello da latte.

6. Sulla mia testa ho più rose di un vivaio ed i miei capelli vivono di vita propria. Disordinata.

7. Conservo il desiderio di rendere tonico il mio corpo (di per sè già mirabile esempio di armoniche proporzioni). A questo scopo, nel tempo ho acquistato (e poi regalato causa nessun utilizzo) cyclette, tapis roulant, vogatore. Quando accendo la Wii Fit, non mi rivolge la parola perchè non mi riconosce: credo farà la stessa fine. Ometto le annualità pagate di palestra, senza aver mai frequentato..

8. Possiedo una bellissima chitarra elettrica, per suonare la quale conosco i rudimenti. Ma sono negato, per cui strimpello sempre gli stessi accordi. Ma mi diverto lo stesso e forse, in un' altra vita, imparerò.


9. Ho un piede più grande dell' altro. Non di molto, mezzo numero, ma vi assicuro che è davvero un problema. Se conoscete qualche negoziante che lamenta di aver trovato paia di scarpe con le taglie spaiate, sono stato io o uno come me.

10. Infine, non metto lo zucchero in nessuna bevanda.

Mica facile elencarle queste dieci particolarità e per far un un gradito omaggio, investo della missione Antonella col suo blog :)

martedì 1 dicembre 2009

Il simbolo Perduto di Dan Brown

Appartengo alla schiera di lettori affatto snob, che all' uscita del Codice da Vinci di Dan Brown, lo celebrarono come un bellissimo romanzo d'avventura.
Non stupisca quindi che appena uscita l' ultima fatica dell' autore americano, io abbia approfittato dell' immancabile -30% di sconto all' Esselunga per procurarmi una copia del voluminoso tomo.
Rilegato da libro serio, oltre 640 pagine di racconto, Il simbolo Perduto è il volume più ingombrante della mia biblioteca. Vinta l' ansia da prestazione, ho iniziato la lettura.

Da subito, ho compreso che l' amico Dan avrebbe seguito il detto "squadra che vince non si cambia". Non parlo solo del protagonista, ma anche degli ingredienti della storia e della costruzione della trama, con un incipit molto simile a quelli dei precedenti racconti.
Pronti via infatti, ci si trova coinvolti nell'ennesima caccia al tesoro con annessi enigmi ed ordini mistici occulti, i quali custodiscono segreti di immane portata, in grado di cambiare il mondo al loro disvelarsi.

Ecco, per un detrattore del nostro scrittore, la recensione potrebbe chiudersi così.
Non c'è molto da dire infatti sul monoepressivo Robert Langdon, il protagonista della saga, il cui spessore è di molto inferiore anche a quello del libro. Di lui si sa soltanto che si sveglia ogni mattina ad ore antelucane per farsi un numero esagerato di vasche in piscina e che insegna con buon successo simbologia all' università. Ah! Dimenticavo, da piccolo è scivolato in un pozzo e ne è rimasto traumatizzato, procurandosi una violenta forma di claustrofobia (oltrechè che una sfiga pazzesca, poiché ogni racconto gli capita di essere rinchiuso in qualche tipo di bugigattolo...).
Per intenderci, altro che Tom Hanks, dovevano farlo interpretare a Steven Seagal il film!

Però.
Però io non sono un detrattore a tutti i costi. Ed allora debbo proprio ammettere, che pur senza stregarmi (cosa invece successa col Codice), questo romanzone d'avventura, mi ha intrigato ed avvinto dalla prima all'ultima pagina.
Ritmo incalzante e colpi di scena che si susseguono con una frequenza talmente elevata da non farti neppure soffermare sulla bontà degli stessi.
Concludendo, non è roba per palati fini, ma un emozionante e ben congegnato racconto d'avventura, senza altre pretese che quella di far divertire. E vendere.

Il vostro blog della sera, lo ritiene ideale per una lettura digestiva dopo il pranzo di Natale.

giovedì 5 novembre 2009

Le teste - Da perderci la.

Sempre alla ricerca di autori di racconti gialli o noir, ho seguito il consiglio del blog di Alfonso ed ho acquistato Le Teste, un racconto di Giuseppe Genna.

E' il terzo ed ultimo capitolo del ciclo da tre racconti (compreso questo) dedicati all' ispettore Lopez, disincantato e cinico ispettore della sezione investigativa della polizia di Milano.
L' ispettore si muove in una Milano contemporanea, è l' inverno del 2009 ed ha a che fare con un macabro caso che ne stravolgerà per sempre l' esistenza.
Nell' Idroscalo viene ritrovato il cadavere di un pensionato e, per caso, anche un sacchetto contenente una testa di donna. E' il via di un crescendo di avvenimenti che senza un ritmo particolarmente regolare, porteranno il protagonista (e l' autore?!) di fronte all' estremo. E' un giallo (nonostante la pretesa dell' autore di porre il racconto "programmaticamente fuori dal genere") dai molti colpi di scena, dalle originali (e ardite) trovate e che frequenta le perierie di Milano che ben conosco.
Purtroppo, soffre di molti difetti che lo rendono sconsigliabile agli amici.
La prosa. Un uso sfacciato della punteggiatura. Smodato. Eccessivo. Rendo l'idea?
La ricerca lessicale. Esoserrima. Iperbolica. Eccessiva. Rendo anche in questo caso?
Circa metà libro (un capitolo di racconto ed uno di introspezione per tutta la durata del libro) dedicato ai deliri in totale stream of consciousness dell' autore.
Decisamente pesante, al punto che quasi subito ho deciso di saltarmi le parti di delirio.
E' così che le circa 370 pagine del libro, si riducono di quasi la metà e con le buone o le cattive si riesce a portarlo a termine.
Ma io, che ho un rapporto decisamente edonistico con la lettura, non è questo che mi aspetto da un libro.
A onor del vero Alf sostiene che bisognava leggere prima gli altri due racconti dell' autore, tuttavia, temo che non cercherò di recuperare...
Per completezza di informazione, in alto ho piazzato il link alla recensione del nostro triestino preferito, il quale è stato senz'altro più generoso di me.

domenica 1 novembre 2009

L'amore del bandito - Ovvero delle sue conseguenze

E finalmente ho trovato il tempo per leggermi l' ultimo capitolo della saga dell' Alligatore di Massimo Carlotto.
L'amore del bandito è una storia tutto sommato ben congegnata, che traccia gli ultmi colpi di pennello sui caratteri di Marco Buratti, Max e il vecchio Rossini.
In questo episodio, il cui evolversi prende un lasso di tempo davvero ampio, circa cinque anni, accadono cose e si prendono strade, dalle quali non si potrà tornare indietro.
E sopratutto, il nostro trio affina le individualità di ciascuno e le declina in maniera diversa attraverso il rapporto di ciascuno con l' amore. L'amore del bandito. Il risultato, letale per il trio, sarà che ciascuno prenderà la sua strada.
La storia dicevo, è ben congegnata, anche se non sempre scorre lineare. Un pò come se l'autore l' avesse scritta davvero nei cinque anni che abbraccia e come se avesse talvolta avesse cambiato idea su come farla proseguire o addirittura finire. Anche i toni e le conseguenze della storia sono davvero molto più potenti delle precedenti situazioni, un pò come se ci fosse il desiderio di far giungere tutto al punto di non ritorno.
Insomma, non vorrei che Carlotto fosse vittima del tipico amore-odio che ogni tanto prende un romanziere per il suo figlio più celebre e che faticasse a trovare ispirazione per raccontarci delle avventure dell'Alligatore.
Concludendo, si legge volentieri nonostante qualche segnale ci metta in guardia sul futuro di Marco Buratti, eroe stanco e senza una donna dalla quale tornare.




martedì 27 ottobre 2009

Il corriere colombiano - L'alligatore di Carlotto

Nella mia ultima razzia da - 30% di sconto all' Esselunga, mi sono procurato l' ultimo racconto di Massimo Carlotto: L'amore del bandito.
Torno a casa, lo appoggio sul comodino, ultimo di una pila impressionante, e quando viene il momento di leggerlo penso... non sono tranquillo, non mi torna qualcosa. In genere mi succede quando ho lasciato indietro la lettura di un racconto precedente dello stesso autore.
Così, vado alla libreria e cerco.
Operazione complessa, perchè possiedo oltre mille volumi e non li ho mai ordinati, anzi, godo nel mischiarli, convinto che l'eventuale ricerca di un titolo particolare possa essere di per se fonte di gioia. Non è vero, me ne accorgo quando succede.
Così, dopo una birra e qualche malumore, trovo finalmente il motivo della mia inquietudine: è piccolo, giallo e si intitola:" Il corriere colombiano".

Lo avevo acquistato anni fa e non lo avevo ancora letto, distratto dalle uscite del momento o da acquisti più recenti.
Il corriere colombiano è un racconto del 2000, quarto della serie dove si narrano le avventure dell' Alligatore, l' alter ego-protagonista di buona parte dei racconti noir di Carlotto.
Ancora una volta, l' ex-cantante blues ed ex-galeotto Marco Buratti, detto l' Alligatore è alle prese con una investigazione sui generis, che lo porterà a setacciare quel territorio ambiguo che sta tra la legalità e la mala, territorio fatto di night, locali notturni e paura di tornare in galera.
Ad aiutarlo, il milanese, gangster vecchio stampo e Max la memoria, ciccione in fuga dalla società.
E' un noir vecchio stampo, dove non c'è da scoprire chi ha ucciso il morto, ma dove i nostri debbono cercare di tirar fuori un delinquente che sta in galera per un reato che non ha commesso.
Si troveranno invischiati in una complessa operazione antidroga, e dovranno decidere se restare fedeli ai propri principi (quelli della mala di una volta) e sfidare così le autorità, con le conseguenze che questo comporta, in particolare per degli ex-galeotti.
La storia è ben congegnata, i personaggi ben disegnati (forse un pò stereotipati, ma genuini) e la lettura scorrevole.
Resta difficile per me pensare di bere un alligatore (è un cocktail creato per il protagonista che ne beve come fossero gazzose, e che prevede 3 parti di Drambuiè più 7 di Calvados, insomma una mazzata), ma è una lettura che consiglio, anche agli astemi.

sabato 24 ottobre 2009

"La mafia non esiste"... o no?

Nel Paese dove il Presidente del Consiglio si prese in casa e si avvalse dei servigi di un noto boss mafioso, non dovrebbe stupire che la malavita organizzata, mafia, camorra, stidda, sacra corona unita ecc.ecc. sia presente in tutte le sue regioni.
E in realtà, Saviano nel suo Gomorra (e chissà quanti prima di lui) lo aveva spiegato benissimo: le mafie, sono essenzialmente associazioni che perseguono fini economici, utilizzando di volta in volta il mezzo più rapido ed efficace per accumulare ricchezza. Nessuna regola, nessuno scrupolo, solo il massimo lucro.
Ed accumulando ricchezze senza le pastoie delle regole, in un contesto dove chi infrange le regole è semplicemente considerato più furbo, è chiaro che rapidamente diviene una potenza economica e (sempre nello stesso contesto) di conseguenza un interlocutore politico.
Vabbè, dov'è la novità?
Purtroppo non c'è.
Leggevo uno dei tanti volumi della Storia d'Italia di Indro Montanelli, giornalista e scrittore cui mi lega l' ammirazione per l' integrità e per la rettitudine morale, ma non certo la visione politica.
Ebbene Montanelli, raccontava nel '72 (o giù di lì) che in Sicilia non ci si è mai evoluti dalla condizione feudale, con una elite di baroni i quali governano in autonomia e per il loro esclusivo interesse, la regione. Talvolta di concerto con lo Stato, talvolta minacciandolo e talvolta ricattandolo.
Deliziosa la parte nella quale spiega che le minacce sono in genere portate con la creazione di un partito autonomista (e ce l' abbiamo!) e che lo Stato di solito risponde con la concessione di particolari guarentigie al parlamento locale o con l' erogazione di fondi speciali (è di alcuni giorni fa la notizia della Banca del Sud!) Naturalmente, chiudeva Montanelli, la gente che si lasciava infiammare dai discorsi autonomisti, non avrebbe certo usufruito di maggiori libertà, ne sopratutto visto il becco di un quattrino, poichè questi sarebbero stati intascati integralmente dai baroni.
Credetemi, è tristissimo leggere su volumi di quaranta anni fa, la storia di oggi.
Comunque, tanto per gradire e per offrivi uno strumentino almeno divertente (oltrechè inquetante), vi lascio un link che ho trovato sul blog del Comitato antimafia Milano "il link ad uno strumento elaborato (sotto la sua responsabilità) da Luca Dello Iacovo, giornalista esperto di nuove tecnologie. Si tratta di una mappa elaborata su Google che riunisce - prelevando le indicazioni dai giornali o dai libri che trattano tale argomento - tutte le localizzazioni dei clan della criminalità organizzata. L'effetto visivo è sconcertante", sopratutto per i miei amici di San Donato.

venerdì 23 ottobre 2009

La rizzagliata di Camilleri

E' uscito un altro racconto di Andrea Camilleri.
E' uno di quelli editi da Sellerio di Palermo, con quel formato-libriccino dalla copertina nera che io amo tanto.


Dirò, che ho amato Camilleri dalla prima lettura di quello che secondo me rimane il suo capolavoro, "Il birraio di Preston" e da allora non mi sono perso nessun volume della fecondissima produzione.
La rizzagliata è un racconto ambientato nella Palermo di oggi, dove udite udite, il commissario Montalbano, non solo non esiste, ma addirittura viene citato come fosse davvero un personaggio di finzione. Sacrilegio!
Il protagonista è Michele Caruso, il direttore del telegiornale regionale della Rai, il quale ci guida - non senza qualche incertezza - attraverso un mondo fatto di mafiosi, di politici corrotti e collusi, di banchieri corrotti e collusi, di colleghi ugualmente corrotti e collusi... e poi le mogli dei colleghi, le guardie, i giudici, i giornalisti, tutti corrotti e collusi. O quantomeno, tutti pupi nelle mani del grande puparo, il quale manovrerà, ora ammansendo, ora minacciando, ora ingannando, tutti gli attori di questa commedia delle parti.
Ne esce un racconto amaro, dove non ci sono eroi, ma dove i migliori semplicemente sapranno farsi da parte in tempo, quando la macchina prenderà a correre ed investirà, schiacciandoli, tutti coloro i quali saranno stati così sprovveduti o presuntuosi da trovarsi sul suo cammino.
Il racconto funziona, le meccaniche sono abbastanza convincenti.
E tuttavia.
Diciamo così, chi ama Camilleri ama il suo scrivere in un siciliano, una scrittura che pur conservando i suoi tratti caratteristici, è facilmente leggibile anche da un fiorentino emigrato a Milano. E' calda, è particolare e ti fa sentire in Sicilia.
Anche i suoi personaggi, di norma si fanno amare. Traspare, inconfondibile, una umanità tutta camilleriana che è il tratto caratteristico dei suoi racconti.
Confesso che ne La rizzagliata, di questa umanità non vi è traccia. Come anticipavo, tutti i personaggi sono meschini o fin troppo cinici nella migliore delle ipotesi. Senza scampo.
Ed anche la scrittura, mi sembra più asciutta, meno amichevole che non nei precedenti racconti.
Per sovrapprezzo, dirò anche che questo racconto mi sembra uscire dalla evoluzione delle tematiche trattate e dell' approccio utilizzato nel tempo dallo scrittore. Seguendolo fedelmente da oltre dieci anni, mi sembra come di aver accompagnato Andrea nel suo maturare, nel suo invecchiare.

Dirò la verità, questo racconto è forse il meno camilleriano di tutti i racconti di Camilleri.
Sembra un pò come se un ammiratore sconosciuto, avesse voluto rendere un omaggio al grande autore ed avesse realizzato un racconto cercando di ricalcarne lo stile e la vena.
Con un risultato appena accettabile.

Insomma, dovessi suggerire un racconto per conoscere Camilleri, non sarebbe questo.

lunedì 19 ottobre 2009

Anne Holt – Quello che ti meriti

Attirato con la Trilogia di Stieg Larsson nella novelle vague del noir scandinavo, ho pensato di tastare il polso ad Anne Holt, scrittrice norvegese, che passa per esserne una delle più valide esponenti.
Complice un 30% di sconto alla Coop, la mia scelta è caduta su “Quello che ti meriti” un romanzo interessante di cui voglio parlarvi prima che la mia memoria si inghiotta tutto.



Anne Holt è una donna che nella vita fa un sacco di cose. E' stata avvocato, è stata giornalista televisiva, ha lavorato per la polizia e – per un paio d'anni – è pure stata ministro della giustizia del suo paese.
Insomma, una ragazza attiva.
Come scrittrice, ha pubblicato una dozzina di racconti, quattro dei quali tradotti anche in Italia.
Quello che ti meriti, è il primo romanzo dove compare la strana coppia di investigatori (dolente la definisce la quarta di copertina) Stubo e Vik.

Sono oltre 400 pagine di un racconto gradevole, forse un po' lento all'inizio ma che piano piano prende ritmo, sino a divenire davvero avvincente.

E' una storia che per la propria costruzione, ed anche per alcune suggestioni, strizza l' occhio al Jeffrey Deaver del Collezionista di ossa.
E tuttavia, la strana coppia di investigatori norvegesi, è davvero molto più umana (o forse solo molto più europea?) di quanto riescano ad esserlo Lincoln Rhyme ed Amelia Sachs di Deaver (nel film, rispettivamente quel bolso di Denzel Washington e quella racchia di Angelina Jolie).
Stubo è un poliziotto massiccio e rassicurante, pure bravo nel suo lavoro. Un omone tutto di un pezzo, segnato da una tragedia grottesca e terrificante. Non è l' eroe affascinante tipo “non deve chiedere mai”, bensì un nonno (non siate agghiacciati: in Scandinavia, si fanno figli a 20 anni, così non è affatto infrequente che un mio coetaneo sia...nonno!) affidabile, che perde tutta la sua sicurezza quando si tratta di fare la corte a Vik.
E Vik? Un matrimonio alle spalle che le ha lasciato una figlia con problemi psichiatrici. Una madre oppressiva e il dubbio se concedersi un'altra possibilità o meno. Oltre, naturalmente una specializzazione ed un grande talento da profiler.

La storia, come è naturale, non ve la racconto, ma tutto sommato è una storia che vale la pena di leggere.
Manca il personaggio che ti resta nel cuore (come Liesbeth Salander per intenderci) ma Stubo e Vik funzionano ed offrono (per me è un plus) una finestra aperta sulle persone comuni di Oslo.
Per quanto mi riguarda, con calma e non appena sarà operativo uno sconto da 30%, mi procurerò anche gli altri racconti tradotti.




giovedì 15 ottobre 2009

Le primarie del PD, ovvero prematurata di antani Democratico con grande posterdata popolare.

Iniziamo con un coming out.
Appartengo a quella fetta di italiani che amerebbe vivere in paese dove la classe politica considera suo fondamentale impegno, quello di servire la collettività dei cittadini che rappresenta.
Mi piacerebbe che coloro i quali si candidano a guidare e gestire il mio Paese, lo facessero con onestà, competenza, lungimiranza e spirito di servizio e considerassero questa loro attività una missione per conto della Patria. Questo a prescindere dall'orientamento politico.

Ed in effetti mi starebbe bene al governo, anche una formazione di destra, liberale o conservatrice, purché coerente con le condizioni di cui sopra.
Certo, che dal mio punto di vista, quanto mi augurerei per il bene del Paese, è che il governo lo reggesse tutt'altro genere di formazione politica.
Il governo che vorrei io, è un governo che dovrebbe lavorare per favorire la centralità dei valori di democrazia, laicità, di uguaglianza, del rispetto per l' ambiente e della dignità di tutte le persone e che favorisca la costruzione di una società che riflettendo questi valori fosse realmente libera.

In linea del tutto teorica, quanto sopra dovrebbe costituire il programma del Partito Democratico.

E allora, poiché da tempo ho maturato la convinzione che bisogna cominciare ad interessarsi e possibilmente agire per il bene comune, ho deciso che avrei cominciato a farmi un idea sulle attuali primarie del PD.
Infatti, come forse sapete, il 25 ottobre ci sono le primarie per l' elezione del Segretario, il quale una volta eletto promuoverà l' indirizzo politico del partito.
I candidati rimasti in lizza sono 3: Pierluigi Bersani, Dario Franceschini e tale Ignazio Marino (confesso di non averlo mai sentito nominare prima di qualche mese fa), il primo appartenente alla corrente dalemiana ed il secondo più vicino a Veltroni.


Marino, sembrerebbe indipendente e difatti le sue chances di vincere sono irrilevanti. Della lista non fa parte Beppe Grillo, che pure si era candidato ma che non è stato ammesso a concorrere poiché, a detta della dirigenza del PD, rappresenta una corrente di pensiero ostile al partito.
Ma torniamo ai nostri tre moschettieri in lizza (potete non crederci, ma quando sono stato a scaricare la foto sul sito, ho scoperto che l' hanno nominata "tre moschettieri.jpg") e vediamo un moderato di sinistra come me, quale potrebbe votare, convinto che contribuirà a realizzare la sua società ideale.
Vi inserisco il link alla pagina che contiene i programmi dei tre sfidanti, che ho trovato sul sito ufficiale del Partito Democratico. Adesso fatemi un favore personale, andateci e leggetevi alcuni passi a caso di una delle tre mozioni (la mia preferita è quella di Bersani ed infatti è quella sul quale si apre il link).
Siete tornati? Come avrete potuto verificare ad occhio, si tratta di tre papiri infiniti, una media di 9.000 parole ciascuna ( per farvi un idea, questo post, lungo di suo, conta 659 parole) ma sopratutto un totale di quasi 27.000 parole che dicono due cose: tutto e niente.
In realtà una perfetta supercazzola farcita delle parole d'ordine di sempre, ma che presenta due difetti fondamentali. Intanto è pressoché impossibile che una persona sana di mente si legga tutta questa profusione di retorica e demagogia (eh si, oggi il tempo è un bene prezioso!). E poi, perché di proposte concrete e precise non ce n'è neanche l' ombra.
Forse, a voler ben guardare la mozione di Marino qualche proposta, affogata nelle sue 9.000 parole ce l' ha, ma nella lunghezza di metà Fratelli Karamanzoff, magari pure per caso, era piuttosto difficile che non ce ne fossero!
Insomma, un' altra occasione persa per cercare di cambiare qualcosa. E' evidente che questi signori parlano per loro e per l' oligarchia che rappresentano. Altro che Partito Democratico, queste mozioni saranno state lette da tre persone in tutto e sono convinto che in realtà, la base non ha nessuna idea della differenza tra le posizioni dei tre candidati (che poi, ce ne sono?).
Possibile che ai milioni di italiani che si riconoscono nei valori che il Partito Democratico dovrebbe sostenere, vada bene questo? Possibile che questi tre siano il meglio che questi milioni di italiani riescono ad esprimere?
Se così fosse, sarebbe molto, molto triste.

PS: non parteciperò a queste primarie.

mercoledì 14 ottobre 2009

Calcio meglio del reale: Sokker!

Per chi usa il Pc anche per divertimento, esiste tutta una serie di giochini, buona parte dei quali davvero divertenti che si possono giocare senza disporre di alcun software particolare.
Si chiamano browser-game, nel senso che per giocarci non è necessario altro che un browser internet (Explorer, Firefox, Chrome ecc.ecc.).
Garantisco che se hai un PC più giovane di te, esso ha un browser installato e così, ne consegue che chiunque ci può giocare.
A queste considerazioni, aggiungiamo pure che questi giochi sono quasi sempre gratis (pagando piccole cifre annuali hai diritto a commodities che non ti rendono più competitivo, ma che rendono l'esperienza di gioco più ricca) che come considerazione, male non fa.
Ciascuno può scegliere tra diverse tipologie di giochi, dagli strategici tipo Civilization (un giorno parlerò delle notti perse a giocare a Travian) ai manageriali sportivi stile Football Manager.
Ebbene è proprio questa ultima categoria quella che preferisco.

Il gioco più famoso in questo campo è senz'altro Hattrick, un manageriale che fa della semplicità di gioco la sua principale attrattiva. Ci gioca circa un milione di persone di tutto il mondo e queste persone danno vita ad una comunità molto attiva, che assiste i newbies e che in generale risulta molto gradevole da frequentare.

E tuttavia, il mio preferito è un altro gioco, che si chiama Sokker.


E' un software realizzato in Polonia nel 2004 e conta meno iscritti del suo più diffuso concorrente svedese Hattrick (eh si, tra polacchi e svedesi non sanno fare due passaggi di fila ma creano manageriali coi fiocchi...!), le squadre iscritte sono infatti circa 110.000.

Il principio di gioco è tuttavia grosso modo lo stesso, solo appena più complesso ed infinitamente più appassionante.

Ciascun giocatore è il presidente di una squadra di calcio e riceve in dotazione:
- 22 giocatori (generalmente 20 pippe clamorose + un passabie vecchio + un buon giovane di prospettiva)
- uno stadio dalle minime dimensioni
- una dotazione di tifosi
- una minima base di quattrini
- il benvenuto!

Si parte da una serie infima (in genere la sesta) e compito dell'allenatore è portare questa squadra il più in alto possibile, passando di promozione in promozione e magari vincendo lo scudetto.
Per fare questo, il presidente dovrà gestire l' economia della scoietà con oculatezza e sviluppare le caratteristiche dei propri giocatori (ciascuno di loro possiede diverse skill, ciascuna utile per specifiche fasi del gioco) agendo sul loro allenamento.

Naturalmente, migliorando le qualità di questi giocatori, essi giocheranno sempre meglio durante le partite e – se le tattiche impostate saranno ben congegnate - porteranno sempre più di frequente la squadra a vincere. Ma non solo: migliorando le skill dei giocatori, essi acquisiranno un valore di mercato superiore e rivendendoli, si potranno fare ricche plusvalenze con le quali reinvestire, magari nell' ampliamento dello stadio o nella sostituzione dell' allenatore.

Insomma, posso assicurare che gestire una squadra come questa, permette di comprendere appieno i tormenti del direttore sportivo della vostra squadra del cuore (per esempio, quando il vostro più ricco acquisto di sempre, scende in una spirale eterna di forma tragica e rende niente... ebbene, posso capire le ansie del presidente di una squadra di Milano per un suo giocatore brasiliano..) e di trascorrere qualche ora di sanissimo divertimento.

La partita poi, visibile in 2D con gli omini stilizzati che giocano, passano, contrastano e (sediovuole) segnano è una goduria ed una sofferenza esattamente come vedere una partita vera (chiedere a chi mi vede assistere ai match della mia squadra in modalità ultras violento).

Davvero un esperienza da consigliare a chi ama il calcio e può trascorrere qualche ora a settimana al PC.

PS: quello che vedete in alto è lo stemma della mia squadra che ovviamente si chiama FiorenGina.

martedì 13 ottobre 2009

Mi fido di te ?

No no.. non si tratta di un tardivo approccio a Jovanotti e neppure di un appassionato coming out sul mio amore per Ale eFranz, bensì del titolo di un bel romanzo noir scritto a quattro mani da Francesco Abate e Massimo Carlotto nel 2007.
Ciascuno di noi serba nel cuore dei racconti, delle canzoni o delle pietanze che, seppure non siano dei capolavori, aprono un mondo, oppure mostrano lo stesso sotto una luce diversa.
Ecco perchè vi parlo di questo libro...




Gli autori:
Premesso che non conoscevo Abate, vi dirò che mi piacciono molto i racconti di Carlotto. Ho cominciato leggendo "Il Fuggiasco" che è lo splendido racconto di una vita in clandestinità, trascorsa celando la propria identità e sfuggendo dalla polizia in tutto il mondo. Questo racconto mi aveva colpito non solo per lo struggente realismo dato dal fatto di essere autobiografico (Carlotto è proprio il famoso Carlotto del caso Carlotto! Sempre proclamatosi innocente e condannato per omicidio, poi graziato dal Presidente della Repubblica su pressione di un vasto movimento di opinione pubblica), ma anche per il tono cinicamente ironico con cui riusciva a parlare di tragedie della propria vita durate per anni. Deve esserci della stoffa, pensavo. E così mi sono letto anche gli altri racconti, quasi tutti imperniati sul personaggio (qualche nota autobiografica anche in questo) dell' Alligatore, uno strambo detective con più di un affinità con la "mala" di una volta.

Il racconto:
Parla delle vicende di Gigi Vianello intrigante trafficante veneto costretto dai fatti della (mala)vita a trasferirsi in Sardegna (anche lui, come Carlotto e l' Alligatore). Gigi ha costruito un suo mondo perfetto, commercia con tutto il mondo in partite alimentari contraffatte e guadagna una montagna di soldi sulla salute della gente. Come copertura, ha rilevato a quattro lire un ristorante dal precedente proprietario ridotto in ginocchio dall' usura. Qui serve esclusivamente il meglio del meglio dei cibi naturali, preparati dalla figlia del precedente proprietario, cui ha lasciato la gestione e con la quale convive. Un po' per esigenze di copertura, un po' perché sa bene che ciò che si mangia in giro è quasi sempre porcheria, si è creato il suo angolo da gourmet biologico. Gigi vive sul filo del rasoio, le proprie certezze perennemente appese alla scaltrezza, alla metodica organizzazione di ogni attività ed all' incrollabile fiducia che in un modo o nell' altro tutto andrà per il meglio. Ma una debolezza, una sola, potrebbe incrinare questo castello di carte.
Naturalmente ometterò dettagli sulla trama. Vi basti sapere che non avrete fatto in tempo a simpatizzare con questo cinico ma amabile mostro, che le cose prenderanno una brutta piega. Ed il racconto prenderà un ritmo incalzante, in un susseguirsi di azione e colpi di scena. 

Pulp? 
Se fosse stato scritto una decina di anni fa, sarebbe probabilmente stato acclamato come un capolavoro del genere "pulp". Breve, schietto, diretto, tratteggia con inopinata grazia un nuovo mondo di raccapricciante squallore e miseria morale. Eh si, ce ne sarebbe stato per gridare al capolavoro. Vuoi per i temi trattati, vuoi perché l' autore ci fa parteggiare per un personaggio che- simpatico quanto si vuole- resta un vero e proprio mostro, si sarebbe gridato alla nuova frontiera nella descrizione degli abissi dell' umana condizione (si, lo so, Celine ha esplorato più a fondo di tutti questi abissi molti anni fa, ma vabbè).
Oggi, nel 2009 (ma anche nel 2007, anno di uscita del racconto) il termine "pulp" è un po' in disuso, oltrechè superato da nuove frontiere nella descrizione di abissi (Amici, il Grande Fratello? Chi se lo immaginava un abisso cosi'?!) e definire così questo racconto ha tuttalpiù un effetto nostalgico e demodé. Ma lo trovo corretto, per cui vada bene così!

Conclusioni:
Un bel racconto, che sa divertire, fa provare emozione, tensione e che soprattutto ti viene voglia di leggere fino in fondo (impresa non impossibile, dato che si tratta di 175 pagg.)
Insomma, lo consiglio vivamente per una lettura estiva gradevole ed emozionante e per chi volesse interrogarsi su come il ristorante dove si pranza in pausa lavoro, possa offrire un pranzo completo di caffè e bevande a 8€.
E' edito da Einaudi.

PS: Io preferisco mangiare a casa.

lunedì 12 ottobre 2009

Bastardi senza gloria – Inglourious Basterds

Sono stato al cinema a vedere l'ultima fatica di Quentin Tarantino, Bastardi senza gloria.


Ho amato quasi tutti i precedenti film del geniale cineasta e così, con il cuore colmo di attese, alle 18,15 eccomi al DeSica di Peschiera Borromeo, un cinemino di provincia, piuttosto tristanzuolo e gremito udite udite, da una ventina di spettatori (cupa riflessione sulla sorte dei cinema monosala di periferia) me compreso.


Il film ancora una volta segue il collaudato schema dei capitoli (cinque) e propone storie diverse che si stringono lentamente sino all'esplosivo rendez vous finale.
E' un film di guerra, e come è consuetudine di Tarantino, strizza l' occhio al cinema low cost degli anni 70/80. Dopo le citazioni di Kill Bill per i vecchi film di samurai e di Bruce Lee, qui si rivisitano i film di guerra italiani di quel periodo, i cosiddetti macaroni kombat. Addirittura il titolo è una storpiatura dell'originale Inglorious Bastards (che confesso non ho mai visto) film italiano del '77.

Queste le premesse, ma cosa dire del film?
Intanto che dura due ore e mezza (questo non stupirà i fan di Quentin).
Poi che ci sono immagini bellissime, dialoghi arguti, trovate geniali e personaggi deliziosi, come il disgustoso colonnello Landa per esempio.
Dunque un capolavoro?

La cura dei dettagli è al solito maniacale, così come la scelta degli attori azzeccata, però...
Però diversamente da altre occasioni, tutti questi dettagli, annacquano lo svolgimento della storia, ed anche se il film è tutto un crescendo di tensione verso l'incombente finale, si insinua, intorno al 90° minuto, il germe della noia.


L' impressione è che l' autore, pur di creare sequenze che rimarranno nella leggenda del cinema, abbia sacrificato la scorrevolezza ed i tempi della storia, realizzando un film gradevole ma che non entusiasma e sopratutto, troppo lungo.
Fosse stata l' opera prima di un giovane regista, l' avrei salutata come un promettente inizio, ma dal mostro sacro Tarantino, mi aspettavo decisamente di più.

Da vedere senza troppe aspettative.

sabato 10 ottobre 2009

Downshifting

Sono cresciuto durante gli anni '70 con il desiderio che finissero presto.
Gli '80 arrivarono col botto del Mundial82 e si capì subito che sarebbero stati diversi.
Boom! E Milano, la Milano da bere, si riempì di schiere di manager rampanti (i famosi yuppies) che con aria incredula misero insieme montagne di soldi.
Ero ancora un adolescente, ma già mi dicevo che una fetta di quei soldi e di quelle responsabilità, che evidentemente dovevano pesare così poco, sarebbe stata mia.
I '90 era il periodo dei miei venti anni. Cominciai a lavorare lasciando l'università e capì che “buttandocisi dentro”, quella fetta si riusciva a prendere davvero.

Ho riportato la cronistoria di trent'anni di società italiana per convincermi che assegnare un posto di primo piano alla carriera ed al cosiddetto prestigio sociale era, in quei tempi, una scelta obbligata per me e per moltissimi miei coetanei. Scelta non solo obbligata dalle aspettative individuali, ma anche da quelle delle persone che ci circondavano.

Nel '98 ho compiuto trent'anni.
Ormai ho già scavalcato anche i quaranta, ma quei trenta mi pesarono moltissimo.
Ai trent'anni c'ero arrivato tirando dritto e lasciandomi poco spazio. La fetta che mi ero ritagliato era più che soddisfacente ,ma se mi guardavo indietro e, soprattutto se guardavo avanti, quello che vedevo non mi appagava così tanto. O almeno, non mi appagava come avrebbe dovuto nelle previsioni di qualche anno prima.
Ci sono persone che si rendono conto immediatamente di ciò che non quadra e che schioccando le dita hanno già a disposizione la soluzione.
Io invece, che non sono Vicky il vichingo, da quel momento e negli anni a venire, cominciai ad interrogarmi, sempre meno fiducioso nel radioso sol dell'avvenire capitalisticonsumistico che fino ad allora mi aveva riscaldato.
Non c'era nessuna profonda riflessione politica alla base di questo personale malessere, solo che quello che ero e che inevitabilmente sarei potuto diventare, non mi piaceva per niente. Non c'erano neppure domande precise, solo un senso di insoddisfazione che da allora non mi ha più abbandonato.
Oggi, dopo undici anni di questo 'malessere' (sic), penso che fosse l'ordine delle priorità della mia vita ad essere sbagliato: carriera, denaro e prestigio sociale non sono valori che vale la pena mettere al centro di una esistenza.
Attenzione: rileggi la frase precedente. Sembra una banalità a dirla, ma provare a tradurla in azioni è tutt'altro che semplice.
Comunque sia, se hai la fortuna di avere una posizione di un certo tipo (niente prestigio, ma buona sicurezza economica per esempio), la risposta sta nel downshifting: un termine inglese che più o meno suona come scalare marcia.
Ma cosa significa fare downshifting?
Significa innanzitutto riconoscere che i lussi e le opportunità offerte dallo stile di vita performante e competitivo con cui fino ad oggi hai vissuto, non valgono il prezzo del biglietto che hai pagato e che tuttora stai pagando.
Significa diventare consapevoli che se guadagni 100, lavorando 12 ore al giorno e rovinandoti il fegato, probabilmente non vivrai così a lungo da goderti i 30 che riesci a risparmiare ogni mese.
E probabilmente, significa capire che anche molti dei 70 che spendi abitualmente, sono spesi senza un reale motivo. Un po' come quelle sigarette che si accendono senza pensarci.
A fare un conto approssimativo probabilmente te ne basterebbero 50/60 per campare, ed avresti un sacco di tempo libero per te stesso, per fare quello che ti piace e per stare con le persone che ami.

Ma non è tutto.
Se uno ci è nato e cresciuto, ama Milano. Ma è anche vero che ci sono molti posti più sani e più ameni dove vivere.
Qui in realtà, ti puppi il traffico delle tangenziali, lo smog della metropoli e la schizofrenia del vivere quotidiano meneghino, proprio per seguire un certo tipo di lavoro.
Ma se abbisogni solo del tuo 50, ecco che forse lo puoi tirar fuori anche da altre attività, magari svolte in un contesto più salubre e armonico e con ritmi più umani.


Boiate da santone indiano? Tutt'altro.
Ridurre i propri impegni lavorativi, rinunciando ad una parte dei propri emolumenti per vivere al meglio la propria esistenza è una tendenza che soprattutto nei paesi anglosassoni presenta numeri impressionanti.
Datamonitor, agenzia londinese che si occupa di ricerche di mercato, stima che in tutto il mondo i lavoratori potenzialmente inclini a fare downshifting sarebbero 16 milioni. Ogni anno, circa 260 mila cittadini britannici fanno una scelta di vita che va in quella direzione. Nel 2008, il ministero dei Servizi sociali australiani ha stimato che sono almeno un milione le persone, tutte comprese nella fascia di età tra i 25 e i 45 anni, che hanno deciso di scalare una marcia. La stragrande maggioranza (circa il 79 per cento) lo ha fatto non solo cambiando lavoro e quindi regime di vita, ma anche scegliendo di abbandonare la città a favore di località costiere e di campagna (fonte: Corsera del 9 ottobre 2009).

Insomma, meglio prendersi un pezzo di terra prima non ne rimanga libero nessuno!

venerdì 9 ottobre 2009

I Libri



In Libreria


Entro in una libreria e vago (a seconda di quanto è grande), senza una meta precisa tra le diverse sezioni, appagato semplicemente dal fatto di essere circondato da libri.
I miei occhi si lasciano attirare dai colori delle copertine, dall' ordine casuale, delle diverse pile e dalla imprevidibilità con cui sono accostati i titoli.
E poi, il profumo della carta che si sprigiona inebriante sfogliando le pagine.
Avete mai notato che ci sono libri che è più piacevole annusare? E che ce ne sono alcuni che si tengono più volentieri in mano di altri?
(sospiro voluttuoso)
Quanta poesia.


Ecco, questa quiete contemplativa, dopo alcuni minuti, giusto il tempo di catalizzare le suggestioni provenienti dai libri, scompare e mi trasformo in un velociraptor dell' arraffo libresco.
In pochi istanti, la mia mente sintetizza tonnellate di informazioni raccolte qua e là, le mescola con le suggestioni di cui sopra e – spinta dall' impulso del momento – guida le mie mani a raccogliere i titoli più disparati, sino a quando non mi ritrovo tra le braccia una pila di volumi che per peso o per controvalore in eur, possa farmi ritenere soddisfatto.

Lo ammetto: sono un compratore (di libri) compulsivo.



A casa

Arrivo a casa, mi siedo comodamente sul divano e ad uno ad uno estraggo dalla busta i volumi che ho acquistato.
Finalmente ne assaporo consistenza e profumo ed una volta rimosse eventuali etichette sconto o promozionali che qualche blasfemo operatore (maledetto sia il codice EAN!) ha inopportunamente applicato sulla copertina, mi concedo di leggere qualche nota sull' autore, ed in genere anche qualche pagina di ciascuno, un assaggino via.

E' proprio in questa fase che, raramente, ma non così tanto, mi rendo conto di aver già letto queste righe. Così corro agli scaffali dove tengo i miei libri e scorro la biblioteca sino a quando non trovo un gemello del tomo che tengo in mano.

Lo ammetto: ho diversi libri doppi.



Nella mia mente

Come scelgo i miei libri?
Innanzitutto, assecondo i miei gusti. I quali non saranno particolarmente raffinati, ma sono piuttosto precisi.
Tra i racconti amo i noir, i thriller, la fantascienza, il fantasy. La logica in queste preferenze, sta nel fatto che nei racconti, deve succedere qualcosa di eccezionale, addirittura di incredibile.
Raramente mi piacciono libri che raccontano di vita vissuta o di quotidianità senza il contributo di un evento straordinario che li ravvivi.
E poi i saggi storici, in particolare sulla storia d'Italia, la quale mi sembra davvero “noir, thriller, fantascienza, fantasy”.
E pure racconto grottesco, ma tant'è.



Le fonti

Certo però, non mi limito a ciò che già conosco, ma cerco anche di trovare ispirazione da diverse fonti fidate per la selezione dei miei prossimi acquisti.
La prima fonte sono gli autori che amo, i più generosi dei quali non risparmiano amorevoli consigli ai propri lettori. Certo, devi fidarti solo delle tracce che lasciano nei loro scritti, e mai delle marchette che fanno nelle interviste. Ma seguendo questa dritta puoi trovare ottime ispirazioni.
Per esempio, è grazie a Sepulveda che ho conosciuto Coloane e grazie a Camilleri che ho vinto il mio istintivo ribrezzo per Scerbanenco.
La seconda fonte è la classifica dei più venduti ai centri commerciali.
Ah! Orrore! Vi immagino, fighette snob a schifarmi e a scrivere a google per farmi chiudere!
Per voi un libro merita di essere letto solo se siete in pochi intimi a goderne la piacevolezza.
Per me no.
Per me, la massa dei visitatori di un centro commerciale costituisce una setaccio piuttosto valido, dal quale raccogliere qualche buona indicazione da combinare con la conoscenza dell' autore, oppure con qualche recensione letta qua e là. Se un libro che a giudicare dalle recensioni potrebbe interessarmi e piace al grande pubblico, non c'è motivo che non piaccia anche a me. Questo almeno in teoria.
Terza fonte, la più preziosa di tutte, sono gli amici (o conoscenti) dei cui gusti letterari mi fido.
Anche qui si rischia (come nelle altre due, del resto) la cantonata, ma vuoi mettere la soddisfazione di farlo sommessamente presente all' “amico”?


John Fante è UNA MMMERDAAAAA!!!! (cit.)

giovedì 8 ottobre 2009

Riproviamoci, qualche anno dopo

Non è un desiderio di oggi quello di tenere un blog.
A distanza di mesi (molti), ogni tanto ci riprovo.
Non c'è un motivo particolare per cui questa volta dovrebbe andare meglio delle altre, nè un motivo per il quale non dovrei smettere dopo il secondo post di curare questo benedetto blog, ma tant'è.
Finchè google non fa pagare, tentar non costa nulla, e poi... vuoi mettere l' eccitazione di un avventura che inizia contro ogni previsione di successo (o quantomeno contro tutte le statistiche)?
E' un pò come la Fiorentina, quando ogni anno comincia il campionato, o la sinistra italiana, poco prima delle elezioni.
Si fa perchè ci siamo, poi come va va.

Bene, allora è fatta e si parte. Ma cosa ci scriviamo?
Prendendo spunto (ed ispirazione, si intende) dall' ottimo alfonso76, cercherò di dire la mia su tutto quello che mi capita. Sia su argomenti sui quali posseggo una certa competenza (alf docet), sia su altri verso i quali non ho nessuna familiarità (e qui sta il mio contributo di originalità).

Oltre a tutto il resto quindi, troverete commenti su ristoranti , recensioni di libri e di film. Descrizioni di luoghi e di musiche che mi son piaciute. Via, via, vieni via con me...

(non ho resistito, Paolo scusami)