Un indirizzo enogastronomico degno di nota per chi si trova a Lucca e dintorni è Vino e Convivio. Si tratta di una fornitissima enoteca che, oltre a tante etichette di tutto il mondo, seleziona carni, salumi e formaggi con i quali offre un servizio di ristorante davvero interessante.
Il locale si trova a Coselli di Guamo, un paesino alle porte di Lucca in una zona artigianal-industriale.
Il contesto è quello che è, campagna contaminata da capannoni, lungo una strada che di giorno è piuttosto trafficata (anche da camion) e la nostra enoteca si trova in uno stabile di recente costruzione, che dall' esterno non afascina certo.
E tuttavia, lasciando l'auto nel parcheggio proprio di fronte al locale, si comincia ad intravedere qualcosa dell'interno, che lascia presagire una vera e propria oasi del gusto.
Ed infatti appena entrati (ci sono anche alcuni tavolini all'esterno, ma io ho sempre preferito sedere all' interno), ci si trova di fronte al banco della gastronomia, con salumi e formaggi in bella mostra. Lo sguardo volge poi alle innumerevoli bottiglie che "tappezzano" le pareti del locale, anzi, dei locali, visto che l'ambiente si sviluppa in diverse stanze, ciascuna ricoperta di bottiglie (confesso che a parte a bellissima scenografia, questa scelta espositiva mi lascia un poco perplesso, spero la conservazione dei vini risulti comunque ottimale).
I tavoli sono disposti in ciascuna di queste stanze e consentono quasi tutti una piacevole privacy.
Il menù è costituito da una serie di antipasti, tra i quali ricordo i prosciutti di Parma, di San Daniele, ma anche la Cecina de Leon, che è un prodotto spagnolo delizioso. E poi mozzarella di bufala di Paestum, ricotta di bufala, pappa al pomodoro, bresaola e caprino, polpettine e fiori di zucca ripieni.
Tutti questi prodotti sono preparati e serviti con la cura di chi fa questo mestiere (mestiere? Giovanni e signora sono in pensione!) per passione. Naturalmente, la carta dei vini è davvero enorme..unico difetto, la trovate alle pareti, scegliendo quà e la, l'etichetta che più vi aggrada oppure, lasciandosi guidare dalle sapienti indicazioni di Giovanni.
I primi piatti sono vari ed oltre alle classiche preparazioni (carbonara, cacio e pepe) abbiamo particolarità come la pasta al Garum, piuttosto che al caffè (che io non ho mai assaggiato).
Seguono i secondi, dove di solito abbiamo due scelte: del manzo (ottimo angus) e secreto di maialino iberico che, cito dal sito di slowFood di Siena: è un taglio di filetto, reso soave dal suo stesso grasso, peraltro quasi privo di colesterolo grazie all'alimentazione con le ghiande. Eccezionale!
A finire, dolcini semplici ma sinceri (per gli amanti del genere, ci sono anche i Dolcetti Dai Dai!), caffè e volendo, distillati di tutti i tipi.
Si trascorre una bella serata, mangiando e bevendo benissimo. Prezzo corretto per il cibo e molto conveniente per il vino.
Straconsigliato.
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lunedì 26 settembre 2011
domenica 20 marzo 2011
Osteria i Macelli di Borgo a Mozzano
Irretiti dal passaparola e confortati da alcune positive recensioni che avevamo trovato in rete, l'altra sera siamo stati a cena all' Osteria I macelli di Borgo a Mozzano (Lu). I commenti e le recensioni parlavano di una cucina semplice ma interessante, di un servizio attento e competente, di un ambiente gradevole e di prezzi che richiamano a prima dell' introduzione dell' euro. Vediamo un pò.
Giunti all' Osteria, abbiamo trovato facilmente posto nell' ampio parcheggio antistante il locale ed all' ingresso siamo subito stati accolti da uno dei due camerieri che gestiscono la sala. La sala è piacevole, l' illuminazione corretta e la temperatura giusta. Una volta seduti, ci è stata portata la lavagna a rotelle sul quale è scritto il menù e dove abbiamo potuto scegliere tra 4 o 5 proposte per portata. Nell' aria si spandeva il profumo di tartufo, per cui non ho potuto evitare di scegliere un cartoccio di formaggi con scaglie di tartufo appunto. Buono, con scaglie di tartufo dalle dimensioni molto generose. Forse non molto elegante, con la crosta del tomino che per effetto della cottura era diventata fin troppo elastica, ma tutto sommato buono. Sempre come antipasto, abbiamo poi scelto un sushi garfagnino, praticamente una tartare di carne di manzo (buona), disposta su un piatto allungato in tre diversi cilindri, uno corredato da maionese (suppongo) fatta in casa, dal sapore fresco e delicato. L'altro cilindretto, guarnito con cipolle e pera (interessante) e l' ultimo con una composta di frutti rossi e ovetti sodi di quaglia (buono anch'esso ma meno azzeccato dei primni due). Tutto sommato niente male l' antipasto, anche se avremmo gradito qualche parola di presentazione in più al momento del servizio. Come vino, abbiamo scelto una bottiglia di Pinot nero prodotto in zona dall' azienda agricola Macea. Purtroppo la prima bottiglia (del 2005, mentre sulla carta si parlava di 2007) non ci convince e ci viene sostituita con un' altra dell'annata presente sulla carta. La seconda non male.
Siamo dunque ai primi, che ci vengono recapitati con solerzia. Generose le porzioni di ravioli di castagne e risotto alla quaglia. I ravioli mi sono sembrati sgraziati, con il sapore di castagna troppo acido (!?), affogati nel sugo tutt'altro che indimenticabile (Panna? Besciamella?)e comunque troppo. Il risotto era molto saporito, con dei bei pezzi di quaglietta (buoni) ma purtroppo anche lui affogato nell' olio. Peccato, perchè con un pò più di attenzione, questo risotto avrebbe potuto essere davvero buono.
Stremati da un antipasto ed un primo comunque molto abbondanti, abbiamo deciso di passare al dessert (tutti fatti in casa), ed abbiamo scelto una crema catalana ed un budino al limoncello. Mediocri entrambi.
Infine il caffè, sorprendentemente buono, accompagnato da frollini evidentemente fatti in casa, che però sembravano non freschissimi. Intendiamoci, non male, ma se prepari i biscottini fatti in casa, si suppone che debbano essere una cosa particolarmente buona, e non semplicemente "non male".
Al momento di pagare, abbiamo lasciato sul campo 57€ che mi sembra siano la piacevole conferma dell' onestà dei prezzi del locale.
Lasciamo il ristorante con un pizzico di delusione. Le idee e la voglia di offrire qualcosa di particolarmente piacevole ci sono, il servizio è stato veloce e cordiale, i prezzi ragionevoli e tuttavia, qualche disattenzione in cucina ha reso l'esperienza tutt'altro che indimenticabile.
Sperando si sia trattato di una serata no, prometto che torneremo a verificarlo.
Giunti all' Osteria, abbiamo trovato facilmente posto nell' ampio parcheggio antistante il locale ed all' ingresso siamo subito stati accolti da uno dei due camerieri che gestiscono la sala. La sala è piacevole, l' illuminazione corretta e la temperatura giusta. Una volta seduti, ci è stata portata la lavagna a rotelle sul quale è scritto il menù e dove abbiamo potuto scegliere tra 4 o 5 proposte per portata. Nell' aria si spandeva il profumo di tartufo, per cui non ho potuto evitare di scegliere un cartoccio di formaggi con scaglie di tartufo appunto. Buono, con scaglie di tartufo dalle dimensioni molto generose. Forse non molto elegante, con la crosta del tomino che per effetto della cottura era diventata fin troppo elastica, ma tutto sommato buono. Sempre come antipasto, abbiamo poi scelto un sushi garfagnino, praticamente una tartare di carne di manzo (buona), disposta su un piatto allungato in tre diversi cilindri, uno corredato da maionese (suppongo) fatta in casa, dal sapore fresco e delicato. L'altro cilindretto, guarnito con cipolle e pera (interessante) e l' ultimo con una composta di frutti rossi e ovetti sodi di quaglia (buono anch'esso ma meno azzeccato dei primni due). Tutto sommato niente male l' antipasto, anche se avremmo gradito qualche parola di presentazione in più al momento del servizio. Come vino, abbiamo scelto una bottiglia di Pinot nero prodotto in zona dall' azienda agricola Macea. Purtroppo la prima bottiglia (del 2005, mentre sulla carta si parlava di 2007) non ci convince e ci viene sostituita con un' altra dell'annata presente sulla carta. La seconda non male.
Siamo dunque ai primi, che ci vengono recapitati con solerzia. Generose le porzioni di ravioli di castagne e risotto alla quaglia. I ravioli mi sono sembrati sgraziati, con il sapore di castagna troppo acido (!?), affogati nel sugo tutt'altro che indimenticabile (Panna? Besciamella?)e comunque troppo. Il risotto era molto saporito, con dei bei pezzi di quaglietta (buoni) ma purtroppo anche lui affogato nell' olio. Peccato, perchè con un pò più di attenzione, questo risotto avrebbe potuto essere davvero buono.
Stremati da un antipasto ed un primo comunque molto abbondanti, abbiamo deciso di passare al dessert (tutti fatti in casa), ed abbiamo scelto una crema catalana ed un budino al limoncello. Mediocri entrambi.
Infine il caffè, sorprendentemente buono, accompagnato da frollini evidentemente fatti in casa, che però sembravano non freschissimi. Intendiamoci, non male, ma se prepari i biscottini fatti in casa, si suppone che debbano essere una cosa particolarmente buona, e non semplicemente "non male".
Al momento di pagare, abbiamo lasciato sul campo 57€ che mi sembra siano la piacevole conferma dell' onestà dei prezzi del locale.
Lasciamo il ristorante con un pizzico di delusione. Le idee e la voglia di offrire qualcosa di particolarmente piacevole ci sono, il servizio è stato veloce e cordiale, i prezzi ragionevoli e tuttavia, qualche disattenzione in cucina ha reso l'esperienza tutt'altro che indimenticabile.
Sperando si sia trattato di una serata no, prometto che torneremo a verificarlo.
lunedì 8 novembre 2010
Recensione Ristorante "Il luogo di Aimo e Nadia" a Milano
Ho deciso qualche anno fa, che andrò a mangiare in tutti i migliori ristoranti d'Italia (e del mondo, se avanzerà tempo) e poichè la maggior parte di questi ha il difetto di costare moltissimo, me ne posso permettere uno o due all' anno.
Sabato scorso, è stata la volta del Luogo di Aimo e Nadia , luogo che oramai appartiene alla mitologia della ristorazione milanese ed italiana.
Abbiamo prenotato alle 16 del pomeriggio, o meglio, abbiamo provato a prenotare, perchè sulle prime non c'era posto e solo dopo un secondo tentativo, un'ora più tardi abbiamo ottenuto l'agognato desco.
Il ristorante è a due passi dalla fermata MM Primaticcio, al 6 di via Montecuccoli, in un anonimo palazzo di periferia, nobilitato dalle opere d'arte che giganteggiano, coloratissime, sulle pareti esterne.
All' interno, l'ambiente è elegante ma senza strafare, anzi. Non ci sono tavoli e sedie abbigliati come in altri grandi ristoranti ma "solo" ordine e -ovviamente - pulizia.
Il personale è gentilissimo e molto premuroso e dopo esserci sistemati, ci viene proposto un aperitivo.
Vai con l'aperitivo dunque! Ci viene servito uno spumante davvero buonissimo, accompagnato da due cannoli ripieni di acciughe e capperi deliziosi, nonchè un crostino con un patè di olive eccezionale.
Poi, dalla cucina arriva l'antipastino omaggio che è davvero squisito. Una purea di zucca con burrata pugliese, aceto balsamico e mandorle. Goduria.
Nel frattempo Aimo, che si sofferma placido presso tutti i tavoli, venuto a conoscenza della lucchesità di Antonella, ci dedica un pò di tempo raccontandoci la storia di alcune delle vivande che sceglie e che serve nel suo ristorante, tra cui l' olio che ci fa assaggiare con il pane fatto da loro ed il prosciuttino affumicato che fa arrivare da un amico al confine con la slovenia.
Abbiamo scelto il menù degustazione ed è il momento dell' antipasto vero e proprio. Accompagnati da un superbo bianco dell' Alto Adige: Scamponi tiepidi, scottati in infuso di verbena e menta, con fagioli bianchi di Controne con olio di olive cerasuola. Splendidi. Sarà difficile mangiare uno scampone "da battaglia" dopo aver mangiato questi.
Come primo, abbiamo chiesto una variazione sul menù. Visto che c'era il tartufo bianco e che volevamo proprio mangiarlo, perchè non approfittarne? E così, tagliolini al tartufo. Lacrime di felicità ed espressione ebete di pace e amore con il cosmo, mentre ci veniva servito un altro calice di bianco di borgogna.
Stesso vino che ci accompagnava nell' assalto ai funghi porcini fritti. Buonissimi.
Per il secondo piatto, scamone di vitellone Fassone farcito con prugne e pinoli di san Rossore in leggera panure alle erbe e agrumi, nuovo calice di Rosso delle Langhe.
Ah! lo scamone... che bontà inenarrabile, un piacere che trascende il semplice appagare del gusto.
Io che mi commuovo facile, ho messo a dura prova il mio contegno.
A questo punto, già discretamente appagato, arriva una piccola degustazione di formaggi italiani con mostarda di anguria. Buoni ma niente di indimenticabile.
Il pre dessert invece, è una granita di mela, sedano e rafano. Davvero buona ed originale.
Nuovo calice di recioto della Valpolicella e finalmente il dessert: Viola con ganache al cioccolato Sur del Lago, sorbetto al vin brulèe e salsa di uva fragola. Buono, buono davvero.
A questo punto, appagati e soddisfatti, abbiamo gettato la spugna, abbiamo rinunciato al caffè.
Ma attenzione, non ai dolcetti che ci sono comunque stati proposti ed ai quali, non abbiamo saputo resistere. Deliziosi anche questi.
Che dire?
Una serata splendida dedicata al culto del buon cibo e della buon cucina. Un culto amministrato dal "sacerdote" Aimo con sapienza e amore.
E di fronte a tanta bontà, il fedele felice, sorvola su alcune distrazioni del servizio e giustifica un conto che per pudore non voglio rivelare ma che è davvero una cifra elevatissima.
Il prezzo di una esperienza unica. Vale la pena?
Potendo, una volta nella vita, sì.
Sabato scorso, è stata la volta del Luogo di Aimo e Nadia , luogo che oramai appartiene alla mitologia della ristorazione milanese ed italiana.
Abbiamo prenotato alle 16 del pomeriggio, o meglio, abbiamo provato a prenotare, perchè sulle prime non c'era posto e solo dopo un secondo tentativo, un'ora più tardi abbiamo ottenuto l'agognato desco.
Il ristorante è a due passi dalla fermata MM Primaticcio, al 6 di via Montecuccoli, in un anonimo palazzo di periferia, nobilitato dalle opere d'arte che giganteggiano, coloratissime, sulle pareti esterne.
All' interno, l'ambiente è elegante ma senza strafare, anzi. Non ci sono tavoli e sedie abbigliati come in altri grandi ristoranti ma "solo" ordine e -ovviamente - pulizia.
Il personale è gentilissimo e molto premuroso e dopo esserci sistemati, ci viene proposto un aperitivo.
Vai con l'aperitivo dunque! Ci viene servito uno spumante davvero buonissimo, accompagnato da due cannoli ripieni di acciughe e capperi deliziosi, nonchè un crostino con un patè di olive eccezionale.
Poi, dalla cucina arriva l'antipastino omaggio che è davvero squisito. Una purea di zucca con burrata pugliese, aceto balsamico e mandorle. Goduria.
Nel frattempo Aimo, che si sofferma placido presso tutti i tavoli, venuto a conoscenza della lucchesità di Antonella, ci dedica un pò di tempo raccontandoci la storia di alcune delle vivande che sceglie e che serve nel suo ristorante, tra cui l' olio che ci fa assaggiare con il pane fatto da loro ed il prosciuttino affumicato che fa arrivare da un amico al confine con la slovenia.
Abbiamo scelto il menù degustazione ed è il momento dell' antipasto vero e proprio. Accompagnati da un superbo bianco dell' Alto Adige: Scamponi tiepidi, scottati in infuso di verbena e menta, con fagioli bianchi di Controne con olio di olive cerasuola. Splendidi. Sarà difficile mangiare uno scampone "da battaglia" dopo aver mangiato questi.
Come primo, abbiamo chiesto una variazione sul menù. Visto che c'era il tartufo bianco e che volevamo proprio mangiarlo, perchè non approfittarne? E così, tagliolini al tartufo. Lacrime di felicità ed espressione ebete di pace e amore con il cosmo, mentre ci veniva servito un altro calice di bianco di borgogna.
Stesso vino che ci accompagnava nell' assalto ai funghi porcini fritti. Buonissimi.
Per il secondo piatto, scamone di vitellone Fassone farcito con prugne e pinoli di san Rossore in leggera panure alle erbe e agrumi, nuovo calice di Rosso delle Langhe.
Ah! lo scamone... che bontà inenarrabile, un piacere che trascende il semplice appagare del gusto.
Io che mi commuovo facile, ho messo a dura prova il mio contegno.
A questo punto, già discretamente appagato, arriva una piccola degustazione di formaggi italiani con mostarda di anguria. Buoni ma niente di indimenticabile.
Il pre dessert invece, è una granita di mela, sedano e rafano. Davvero buona ed originale.
Nuovo calice di recioto della Valpolicella e finalmente il dessert: Viola con ganache al cioccolato Sur del Lago, sorbetto al vin brulèe e salsa di uva fragola. Buono, buono davvero.
A questo punto, appagati e soddisfatti, abbiamo gettato la spugna, abbiamo rinunciato al caffè.
Ma attenzione, non ai dolcetti che ci sono comunque stati proposti ed ai quali, non abbiamo saputo resistere. Deliziosi anche questi.
Che dire?
Una serata splendida dedicata al culto del buon cibo e della buon cucina. Un culto amministrato dal "sacerdote" Aimo con sapienza e amore.
E di fronte a tanta bontà, il fedele felice, sorvola su alcune distrazioni del servizio e giustifica un conto che per pudore non voglio rivelare ma che è davvero una cifra elevatissima.
Il prezzo di una esperienza unica. Vale la pena?
Potendo, una volta nella vita, sì.
lunedì 7 giugno 2010
La caccia al tesoro di Montalbano
Andrea Camilleri ci regala l' ennesimo appuntamento con le avventure del commissario Montalbano e come è tradizione, mi precipito ad acquistare il librettino nero di Sellerio. Sfoglio le prima pagine con apprensione, perchè nelle ultime uscite, Salvuzzo nostro mi era sembrato eccessivamente amaro, cupo, avviato a grandi passi verso un solitario declino fisico ed intellettuale. Mi rattristava un pò, lo confesso.
Invece, in questa che è una delle sue storie più truci, una delle storie dove l'esplorazione della follia umana e del suo lato oscuro scandagliano più in profondità, Salvo torna ad essere ironico e a tratti divertente.
Intendiamoci, l'età di mezzo si fa piena per il nostro Montalbano, ma i conti con la sventura di invecchiare, sono alleggeriti da alcune situazioni davvero esilaranti e sopratutto da uno sfondo di speranza che illumina tutto il racconto.
La storia non è la meglio congegnata, tanto è vero che ben prima della metà del racconto avevo di persona personalmente ipotizzato la soluzione del caso (detto tra noi, anche considerando la mia personale perspicacia, è grave...), tuttavia si lascia leggere con facilità e - benchè il mistero appaia in realtà di facile soluzione - avvince il giusto.
Si legge in due sere, una per i più ghiotti, ed è consigliato anche sotto l' ombrellone.
Non un capolavoro ma godibile ed in ultima analisi, rassicurante.
domenica 28 febbraio 2010
Codice:Genesi, ovvero l' Apocalisse lenta
Un pigro pomeriggio domenicale può trasformarsi in un subdolo complice di scelte infelici. E proprio per questo, ci siamo presentati al cinema acquistando due biglietti per l' ultima fatica di Denzel Washington, il film post-apocalittico Codice Genesi dei fratelli Hughes.
La storia, è un road-movie che si svolge trenta inverni dopo la guerra nucleare che ha reso la terra desertica e quasi disabitata. Il nostro è Eli, un curioso errante, che nel suo viaggio verso ovest, si fa strada eminando tutti i bruti che affollano il suo cammino. Un pò come Kenshiro, silensioso e implacabile combattente, sembra afflitto dal suo destino di guerriero.
Insomma, Eli è in viaggio da trent'anni in un mondo pericoloso e non si sa perchè. Anzi, dopo una quarantina di minuti, che cominciano a pesare come i sei lustri di viaggio di Denzel, si comincia a capire. Una voce del suo inconscio gli ha chiesto di incamminarsi e portare il libro che egli custodisce e che legge ogni giorno, in un luogo dove questo libro potrà essere utile per un nuovo inizio. Il libro, non credo di svelare nessun arcano, è la Bibbia, l'ultima copia rimasta e che non è stata bruciata dai sopravvissuti dopo l' olocausto della guerra nucleare.
Sulla sua strada, anch'egli alla ricerca del libro per via del suo potenziale di controllo sulle (ipotetiche) masse, anche il cattivo del film, Gary Oldman. Inevitabile lo scontro ed ovviamente non vi racconterò il risultato.
Tutto il film è girato (non conosco il nome della tecnica) con i colori appena accennati, quasi in bianco e nero e questo contribuisce a rendere ancor più claustrofobico lo svolgersi della trama.
Il montaggio delle scene poi, alterna scontri dal ritmo incalzante (stile Hong Kong) a momenti lentissimi e dalle inquadrature autocompiaciute (stile cinema d'autore tedesco) e questo lo confesso, rischia di mandare in confusione un'anima semplice come la mia. Confusione che si trasforma poi in rancorosa sonnolenza, che genera post come questo di sincero sconsiglio alla visione.
Forse c'è più di una citazione per quei film western anni 60/70, un pò psichedelici un pò spaghetti-western, che visti oggi strappano un sorriso e fanno dire: "ma guarda questi, che coraggio" ma a mio modesto avviso, questo non basta a rendere godibile la proiezione.
Film lento e senza un perchè. Con Washington e Oldman si poteva fare molto meglio.
giovedì 18 febbraio 2010
Altai, Il ritorno di Wu Ming
Torna Wu Ming, il collettivo di scrittori bolognesi balzato agli onori della cronaca con il caso letterario del 1999, il romanzo storico "Q", ambientato nella Germania della Riforma. E lo fa ambientando questa nuova storia nello stesso periodo, il XVI secolo, che avevano già esplorato nel loro fortunato esordio.
Altai è un romanzo che racconta della guerra di Cipro che vide contrapposta la Repubblica di Venezia e l' Impero ottomano del sultano Selim II. Questo conflitto è visto però da una prospettiva terza, e vale a dire quella degli ebrei che all' epoca trovavano ospitalità dal Sultano (e che naturalmente, venivano cacciati o perseguitati dalle altre potenze).
I protagonisti, Youssef Nasi ed Emanuele De Zante sono infatti due giudei dalle storie molto diverse. Ricco, colto e da sempre dedito alla causa della sua gente, il primo, dedica la propria esistenza alla ricerca di una terra promessa per il proprio popolo.
Il secondo invece, ha un passato da convertito cristiano e di sgherro della Serenissima. Il tradimento subito da parte di un alto funzonario veneziano ne ha fatto un fuggitivo, ed Youssef Nasi, che lo ha richiamato ad Istambul, lo riporterà alle sue radici culturali e ne farà il suo braccio destro.
La guerra di Cipro dicevo. Nasi finanzia generosamente l' impresa del Sultano ed ottiene di diventare Re di quella terra nel momento in cui essa verrà conquistata. Conta di farne la nuova Sion, un luogo dove accogliere il popolo ebraico e chiunque al mondo subisca discriminazioni. Si assiste così alle manovre di palazzo, al nascere di sogni di libertà, alle brutture della guerra ed alle delusioni della Storia.
E' un libro impegnativo ma si legge bene, il tema è interessante e la prospettiva dicevo, originale. Insomma un bel ritorno dopo la parziale eclisse di Manituana (giudizio sommario, è che non riesco a leggere oltre pagina 40...).
Insomma, "Q" resta ineguagliato ma lo consiglio.
La pagina ufficiale di Wu Ming foundation per saperne di più.
La recensione sul Corriere del Veneto, per ovvi motivi particolarmente interessato.
La recensione sul Corriere del Veneto, per ovvi motivi particolarmente interessato.
Un grazie a Max Saudade per avermelo suggerito.
giovedì 11 febbraio 2010
Recensioni in pillole per il video noleggio (o per la scanalata SKY)
Ecco una serie di suggerimenti brevi per godere di bei film o più probabilmente per evitarsi boiate tremende.
Tropic Thunder (Film Azione 2008, Ben Stiller)
Per gli orfani di Derek Zoolander, ma proprio quelli integralisti, è uscito nel 2008 questo film d'azione, dalla comicità esasperatamente surreale, così surreale che si ride assai raramente. Per seguaci acritici.
District Nine (Film Fantascienza Azione 2009)
Geniale? Sconcertante? Non convenzionale? Inaspettato? Futuro oggetto di venerazione? Boiata galattica?
Ci sono pellicole che possono fare uno o più di questi effetti insieme e District Nine si presta a diverse chiavi di lettura. Vale la pena di cercarne una che interessi. Da vedere.
Barbarossa (Film Storico 2009, Rutger Hauer)
Il tentativo, drammaticamente patetico di rappresentare uno dei personaggi più affascinanti del MedioEvo. Attori pessimi, dialoghi peggio che banali, scene girate in esagerata economia (spero) che restituiscono effetti grotteschi. Inguardabile.
Segnali dal futuro (Film Thriller 2009, Nicolas Cage)
La storia ricorda quella de "La biblioteca dei morti" best seller in libreria senza particolari meriti. Nicolone nostro ciondola con la sua espressione bovina senza aggiungere molto pathos al (preteso) thriller fantascientifico. Se lo noleggia un amico...
La ragazza che giocava con il fuoco (Film Noir 2009)
E' il secondo episodio della trasposizione cinematografica della celeberrima saga Millennium. Il secondo libro secondo me è il più bello, ma questo film mi è parso peggio del primo. La protagonista (sublime nel libro) non si fa ricordare. Affatto.
L' Era glaciale 3 (Film d'animazione 2009)
Il primo Era glaciale era splendido. Il secondo bellissimo e questo terzo episodio delle avventure del bradipo Sid e relativa compagnia in odore di estinzione resta comunque godibile. Solo quella sensazione di sfruttamento esasperato delle gag e delle situzioni di successo mi fa pensare che nell' eventuale (inevitabile) quarto episodio, mi augurerò che lo scoiattolino muoia strozzato dalla maledetta ghianda! Per tutta la famiglia.
Tropic Thunder (Film Azione 2008, Ben Stiller)
Per gli orfani di Derek Zoolander, ma proprio quelli integralisti, è uscito nel 2008 questo film d'azione, dalla comicità esasperatamente surreale, così surreale che si ride assai raramente. Per seguaci acritici.
District Nine (Film Fantascienza Azione 2009)
Geniale? Sconcertante? Non convenzionale? Inaspettato? Futuro oggetto di venerazione? Boiata galattica?
Ci sono pellicole che possono fare uno o più di questi effetti insieme e District Nine si presta a diverse chiavi di lettura. Vale la pena di cercarne una che interessi. Da vedere.
Barbarossa (Film Storico 2009, Rutger Hauer)
Il tentativo, drammaticamente patetico di rappresentare uno dei personaggi più affascinanti del MedioEvo. Attori pessimi, dialoghi peggio che banali, scene girate in esagerata economia (spero) che restituiscono effetti grotteschi. Inguardabile.
Segnali dal futuro (Film Thriller 2009, Nicolas Cage)
La storia ricorda quella de "La biblioteca dei morti" best seller in libreria senza particolari meriti. Nicolone nostro ciondola con la sua espressione bovina senza aggiungere molto pathos al (preteso) thriller fantascientifico. Se lo noleggia un amico...
La ragazza che giocava con il fuoco (Film Noir 2009)
E' il secondo episodio della trasposizione cinematografica della celeberrima saga Millennium. Il secondo libro secondo me è il più bello, ma questo film mi è parso peggio del primo. La protagonista (sublime nel libro) non si fa ricordare. Affatto.
L' Era glaciale 3 (Film d'animazione 2009)
Il primo Era glaciale era splendido. Il secondo bellissimo e questo terzo episodio delle avventure del bradipo Sid e relativa compagnia in odore di estinzione resta comunque godibile. Solo quella sensazione di sfruttamento esasperato delle gag e delle situzioni di successo mi fa pensare che nell' eventuale (inevitabile) quarto episodio, mi augurerò che lo scoiattolino muoia strozzato dalla maledetta ghianda! Per tutta la famiglia.
lunedì 25 gennaio 2010
Avatar di James Cameron
E' un gran bello spettacolo Avatar,l' ultimo film di James Cameron.
Fantascienza con sfumature fantasy, è una storia che sfrutta magistralmente i meccanismi classici del confronto tra buoni e cattivi. Come ogni prodotto del cineasta canadese, è costruito per un successo che infatti non è mancato.
Il film è costato moltissimo, con i suoi 237 milioni di dollari è la produzione più costosa della storia del cinema. Ma con il miliardo e 800 milioni che ha già raccolto, è anche il film più redditizio.
Tutti i soldi spesi per il film sono andati (oltre che agli attori ed al regista) in effetti speciali. Il film è girato infatti con una tecnica innovativa che consente una resa in 3D sbalorditiva ed è popolato di stupendi personaggi che si muovono in un mondo ancora più bello. Il pianeta Pandora.
Io non sono riuscito a trovare posto in una sala 3D e mi sono accontentato di una proiezione normale, ma debbo dire che gli effetti sono comunque eccezionali e che durante i numerosi duelli aerei, mi sono sorpreso un pò sbilanciato sulla poltrona a seguire le evoluzioni dei nostri!
La storia è inutile che ve la racconti, un pò perchè non lo faccio mai, ma anche perchè la trama è ormai rintracciabile ovunque. Però credo di non sbagliare che se affermo che nella sceneggiatura c'è un pò di Matrix ed un pò di Balla con i lupi.
Due splendidi film per l' appunto.
Insomma, non cambierà la storia del cinema come è stato detto da più parti (in fondo nella storia non c'è molto di originale) ma sicuramente da qui e per molti anni, sentiremo parlare del fantastico mondo di Pandora e dei suoi altissimi abitanti, i Na'Vi.
Per me, da vedere senza dubbio per oltre due ore di puro divertimento!
Insomma, non cambierà la storia del cinema come è stato detto da più parti (in fondo nella storia non c'è molto di originale) ma sicuramente da qui e per molti anni, sentiremo parlare del fantastico mondo di Pandora e dei suoi altissimi abitanti, i Na'Vi.
Per me, da vedere senza dubbio per oltre due ore di puro divertimento!
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giovedì 21 gennaio 2010
La Cattedrale del Mare di Ildefonso Falcones
Ho acquistato "La cattedrale del mare" incuriosito dal grande successo commerciale riscosso. Ho atteso l' uscita dell' edizione economica (i grandi Tea) ed a quel punto, sganciando i miei 13€, me la sono portata a casa.
La Cattedrale è un racconto, anzi un vero e proprio romanzo storico, che in 640 pagine narra delle avventure della famiglia Estanyol, in origine mezzadri e servi della gleba della campagna catalana.
La storia comincia il giorno del matrimonio del giovane Bernat e si conclude con la maturità di suo figlio Arnau.
In mezzo, 64 anni di storia di Barcellona, ricchi di riferimenti storici e di accurate ricostruzioni dei luoghi e delle usanze della catalogna del XIV secolo.
Nel romanzone c'è un pò di tutto, l'ascesa, la rovina e il riscatto di una famiglia. E poi guerre, carestie, persecuzioni religiose e pestilenze. Amori, stupri e inquisizione. Il tutto all' ombra del cantiere della Chiesa del Mar, la chiesa del popolo barcellonese, in costruzione proprio durante quegli anni.
L' abilità di Ildefonso Falcones è sicuramente quella di realizzare un copione che riesce a contenere con relativa leggerezza questa ricchezza di argomenti. Il racconto è scorrevole e si legge volentieri, anzi, alla fine le pagine scivolano velocissime. Una lettura piacevole.
E poi, è una miniera di informazioni sulla vita durante il XIV secolo ed in particolare su quella di Barcellona, città che ho visitato molte volte ma della cui storia sapevo ben poco.
I moltissimi personaggi del romanzo sono una galleria variegata ed esaustiva delle figure di quel tempo (i cui caratteri tuttavia, sono trasportabili pure ai tempi nostri), pur senza brillare per spessore o originalità.
Concludendo, un libro molto interessante e che si legge gradevolmente.
Manca a mio avviso la scintilla del genio assoluto, ma è un lavoro molto ben fatto.
Senza scomodare Manzoni (c'è una peste pure qua!), chi avesse letto i Pilastri della Terra di Ken Follet, troverà molte analogie.
Per chi non lo avesse letto, onestamente, consiglierei di cominciare da quello!
lunedì 11 gennaio 2010
Emmaus di Baricco
Emmaus è l'ultimo romanzo scritto da Alessandro Baricco e prima di parlarne, occorre una premessa sull'autore torinese.
Baricco è uno scrittore che da sempre divide la critica. I suoi "sostenitori" apprezzano l'eleganza compiaciuta della prosa, nonchè l'abilità con cui affronta temi dei più disparati e originali. Insomma, per loro è un cuoco di nouvelle cousine, che serve sempre piatti raffinatissimi e deliziosi, giocando con gli ingredienti più disparati.
I suoi critici, lo percepiscono invece come un tecnico vanesio il quale confeziona con grande sapienza commerciale degli ottimi best seller, ma senza alcun valore. Insomma, i piatti di questo chef sono belli a vedersi e ben cucinati ma non sanno di nulla.
Io, sintetizzo le due tesi, pensando che sia vera la prima, ma al tempo stesso che Baricco sia un pò troppo incline ad avvicinarsi alla seconda.
Partendo da questo presupposto, parlare di Emmaus, sarà molto più facile, perchè in nessun suo racconto come in questo, c'è così tanto materiale per i sostenitori di entrambe le fazioni.
E' la storia di quattro ragazzi ancora per poco minorenni, pervasi da una profonda (?) fede cattolica.
E' il racconto di come IlSanto, Luca, Bobby e la voce narrante (il nome non viene fuori in tutto il libro), affronteranno il viaggio che li condurrà dalla quieta accettazione delle tradizioni, della fede e del cammino per loro disegnato dai genitori e dalla comunità, alla consapevolezza di loro stessi, della loro stessa esistenza e dell' avventura che essa costituisce.
Il traghettatore verso la sponda di questa consapevolezza è Andre, una ragazza bellissima, dalla classe innata e dai tratti androgini. Una ragazza segnata dal male di vivere e che corrompe tutto ciò e tutti coloro che la avvicinano. Dapprima insieme e poi ciascuno per proprio conto, i quattro amici percorreranno questo cammino, ognuno verso diverse direzioni e con diversi esiti.
E' un racconto in pieno stile Baricco, oserei definire per appassionati, dove ritroverete tutto ciò che caratterizza - in bene ed in meno bene - lo scrittore. Che dire? A me è piaciuto, ma lo confesso, sono un appassionato.
Per darvi un idea delle passioni contrastanti che scatena questo scrittore, vi linko due altre recensioni, suppongo professionali, tratte da due diversi quotidiani on-line.
Qui la recensione amica e qui quella meno amica... buon divertimento!
Per darvi un idea delle passioni contrastanti che scatena questo scrittore, vi linko due altre recensioni, suppongo professionali, tratte da due diversi quotidiani on-line.
Qui la recensione amica e qui quella meno amica... buon divertimento!
giovedì 7 gennaio 2010
Ristorante: Gli amici del gusto a Viareggio
Ecco un altra recensione per chi vuole mangiar bene a Lucca e in Versilia.
Gli Amici del gusto è un ristorantino, da poco più di 30 coperti disposti l'uno piuttosto vicino all' altro. E' ubicato in centro a Viareggio, in via Cavallotti al numero 45 e da fuori, a parte l' insegna, lo si riconosce (a fatica) per una sola luce del locale.
La cucina è rigorosamente di solo pesce e servendo esclusivamente il pescato del giorno, la scelta potrebbe a volte essere limitata. Poco male comunque, perchè tutti i piatti proposti sono assolutamente degni di nota.
Ma andiamo per ordine, funziona così.
Intanto, occorre prenotare con largo anticipo. I posti sono pochi e i tavoli durante la sera non ruotano, per cui avere un posto assicurato è un privilegio che va conquistato con pazienza e determinazione.
Il numero è 0584 945157. Segnatevelo e armatevi di tenacia. Una settimana fa, poco dopo capodanno, la prima sera con posti liberi era il 5 maggio (non male 4 mesi di prenotazioni eh?), per cui l' unica è insistere, sperando che qualcuno abbia nel frattempo rinunciato.
Poichè la fortuna aiuta i tenaci, vi capiterà di sentirvi rispondere che c'è un posto. Ebbene, siete pronti per la fase 2: la pappatoia.
Si comincia con antipasti ovviamente di mare, a memoria 8 portate. Cambiano spesso, proprio perchè in funzione del pescato ma noi abbiamo avuto:
-melanzane ripiene di branzino
-polpetta gamberi e cernia
-polentina con sugo ai bianchetti
-polpo e fagioli
-fagottino di radicchio ricotta e gamberi
-baccalà marinato
-cicale
- trancetto di non mi ricordo che pesce fosse...
tutti molto buoni e cucinati con maestria.
Per affogare gli antipasti, abbiamo utilizzato una prima boccia di spumante.
I primi piatti disponibili erano quattro:
-linguine con gamberoni alla catalana
-ravioli di magro con spinaci e branzino
-spaghetti freschi con le arselle
-tagliatelle con scorfano
Noi abbiamo scelto un tris di assaggi degli ultimi tre, che è significato in pratica tre piatti di primi e che hanno richiesto una seconda bottiglia di Ribolla Gialla. Ottimi tutti e tre, anzi quattro compresa la Ribolla.
Per secondo la scelta era tra:
-fritto di paranza
-fritto senza lische (totani e gamberi)
-gamberoni alla piastra.
In due abbiamo optato per il fritto senza lische (meraviglioso), mentre altri due hanno scelto i gamberoni (ottimi, ma erano solo tre a testa!).
Per i secondi, abbiamo utilizzato una bottiglia di Grecanico (un appunto, pessima scelta perchè benchè buono era più leggero del precedente) dimostrando che non c'è due senza tre.
Il tempo di finire ed assumere tutti e quattro una espressione a metà tra l' ebete ed il beato ed arrivano i dolcetti fatti in casa (buonissimi) ed il caffè (decente).
Preda ormai di visioni mistiche che richiamavano santi stiliti in digiuno sulla colonna, il patron ci invita al digestivo. Scegliamo un whisky e così ci porta davanti ad uno scaffale contenente decine di bottiglie (per la mia modesta cultura) tra le più pregiate. Chiedo un whisky torbato che non sia il Laphroigh e ci mette sul tavolo una bottiglia piena di una speciale selezione prodotta sull' isola di Islay. Ovviamente testiamo con generosità l' ottimo distillato.
Ebbene è il momento di andare, anche perchè a mezzanotte, come recita un cartello, è l'ora di andare a nanna.
Il conto, tutto compreso, è di 35 eur a testa.
Il conto, tutto compreso, è di 35 eur a testa.
Un posto raro, che merita le acrobazie necessarie per prenotare. Ottime materie prime, cucina ottima (niente invenzioni, ma solida cucina viareggina), ambiente confortevole e raccolto, cantina "intelligente" senza etichette sgargianti ma con buoni vini dal prezzo corretto ed infine conto onesto ai confini dell' ingenuo.
Magari riuscire a tornarci spesso...!
mercoledì 6 gennaio 2010
Ristorante a Lucca: Cantine Bernardini
Visto che ogni tanto per via delle mie ben note frequentazioni lucchesi, amici e semplici conoscenti mi chiedono informazioni su locali, hotel e ristoranti di Lucca e Versilia, oltre a suggerirvi questo sito ( Toscanagrandtour ) per qualsiasi indicazione di carattere generale o suggerimenti, ho pensato bene di postare qualche recensione su alcuni indirizzi che mi sentirei di consigliare.
Il primo che riporto è l' enoteca-osteria Cantine Bernardini, in via del Suffragio 7, proprio nel cuore di Lucca.
Il locale è ricavato dalle antiche cantine del palazzo Bernardini, uno dei palazzi patrizi più prestigiosi di Lucca ed è pertanto ubicato in un ambiente sotterraneo, con i soffitti a volte. Come detto si tratta di una enoteca-osteria, quindi non vi aspettate coperti habillè e posateria d'argento. E' arredato con elegante sobrietà e sui tavoli, troverete tovaglietta in cartoncino e bicchieri di cristallo, per intenderci.
Il menu propone una scelta di piatti abbastanza varia e dagli accostamenti particolarmente ben riusciti.
Per dare un idea, noi abbiamo preso come antipasti:
- flan di cipolla e crema di porcini (flan buonissimo e crema ancora migliore: accostamento squisito)
- trota salmonata su crostini di polenta (anche qui, accostamento squisito)
Come primi invece:
- maltagliati alla polenta con cavolo nero e salsiccia (sostanziosi ma davvero buoni)
- tagliatelle ai porcini con ragù di carni bianche (molto delicato)
Come secondo avrei optato per un cosciotto di coniglio ripieno al trito di pistacchio ma, uno sguardo di riprovazione mi ha indotto a rinunciare. E così, siamo passati ai dolci, a mio avviso la parte meno meritevole del pasto, con:
- ricotta al limone con crostini di mandorla all' arancio (buona ma non indimenticabile)
- tortino di castagne su crema inglese (idem come sopra)
Poichè ci siamo stati a pranzo, ci siamo limitati a due calici di rosso di Montecarlo, invero, ahimè, pessimo.
Ci siamo alzati sazi e rilassati ed abbiamo pagato 50 eur (probabilmente il conto era appena più alto, ma il proprietario è un nostro conoscente, per cui ha arrotondato in nostro favore).
Detto di Massimo, il proprietario, davvero gentile e dell' ambiente che mette a proprio agio, vale la pena assaggiare le prelibatezze offerte da questo locale. I piatti come dicevo, sono realizzati con con competenza ed ottimi ingredienti e gli accostamenti pensati con intelligenza. Proprio buoni.
I dolci non mi hano fatto impazzire e tutto sommato sono un gradino sotto il resto delle proposte.
Menzione a parte il vino. E' vero che abbiamo scelto tra le due proposte al calice, economiche ed entrambe della zona e che nella zona il prodotto buono è l' olio, però da un enoteca mi aspettavo un vino al calice migliore, fosse solo per rispetto alla bontà dei piatti.
Sicuramente, se fosse stata ora di cena ed avessi scelto una bottiglia della bella cantina, non avrei neanche questo appunto, ma tant'è.
Infine gli orari di l'apertura. Telefonate sempre per informarvi, perchè a volte apre a pranzo, altre a cena, altre ancora tutto il giorno, ma io non ho trovato un nesso che mi permetta di darvi delle indicazioni e perciò, meglio prenotare!
Per finire, alcuni dettagli da migliorare, ma sicuramente un indirizzo da consigliare.
domenica 20 dicembre 2009
Pane e tempesta di Stefano Benni
Mi piace Stefano Benni , mi piace la dolcezza delle sue storie e sopratutto la poesia dei suoi personaggi, che sono i veri protagonisti dei libri che scrive.
Ebbene il suo ultimo romanzo, Pane e Tempesta è proprio un libro manifesto del Benni-Pensiero.
Tra le sue pagine, radunati intorno al Bar Sport, troverete infatti tutta una galleria dei suoi migliori personaggi, ciascuno con le proprie strampalate peculiarità, ciascuno allegoria dei migliori vizi e delle peggiori virtù umane.
E potrete assistere alla lotta di costoro per la salvezza del paese di Montelfo, minacciato dalle mire espansionistiche- cementificatorie di una ridda di affaristi senza scrupoli e di politici maancheinciucisti.
E' ancora una volta una lotta senza quartiere, una vera e propria lotta tra il bene e il male, perchè in gioco non c'è solo la sorte del piccolo paese di montagna, bensì quella di uno stile di vita, anzi di una civiltà che non perde di vista le cose veramente importanti e che non si fa abbagliare dal superfluo e dal dannoso conto la inciviltà del profitto, del tutto e subito e dell' apparenza senza memoria.
Ancora una volta Benni, usa la penna per mettere in guardia eserciti di cittadini (intesi come umani-urbani, i suoi lettori) che vivono la propria esistenza seguendo, anzi subendo, un modello di vita teso al consumo in quanto tale, individualista all' estremo ed in definitiva sempre più lontano dalla propria vera natura. Lontano dalla Natura.
Certo, detto così sembra progetto letterario piuttosto ambizioso oltrechè pesante e invece Benni dipinge questa lotta con la sua personale, lievissima, tavolozza fiabesca.
Inventa personaggi deliziosi quanto improbabili e a ciascuno mette in bocca una favola (o una parabola se vogliamo), finendo per dar vita ad un racconto corale (il Bar Sport in fondo è un luogo ove ognuno racconta la sua storia) che si snoda veloce sino al commovente epilogo.
Una lettura leggera e salutare, che ricorda a tutti noi quanto sia facile dimenticarsi di ciò che è veramente importante e di quanto altrettanto facile possa essere spendersi all'inseguimento di vane apparenze.
Sempre utile.
PS: introduco il servizio "Se ti è piaciuto questo, prova anche quest'altro". In questo caso il suggerimento di lotta appenninico ambientalista è Guerra agli umani di Wu Ming 2.
Ebbene il suo ultimo romanzo, Pane e Tempesta è proprio un libro manifesto del Benni-Pensiero.
Tra le sue pagine, radunati intorno al Bar Sport, troverete infatti tutta una galleria dei suoi migliori personaggi, ciascuno con le proprie strampalate peculiarità, ciascuno allegoria dei migliori vizi e delle peggiori virtù umane.
E potrete assistere alla lotta di costoro per la salvezza del paese di Montelfo, minacciato dalle mire espansionistiche- cementificatorie di una ridda di affaristi senza scrupoli e di politici maancheinciucisti.
E' ancora una volta una lotta senza quartiere, una vera e propria lotta tra il bene e il male, perchè in gioco non c'è solo la sorte del piccolo paese di montagna, bensì quella di uno stile di vita, anzi di una civiltà che non perde di vista le cose veramente importanti e che non si fa abbagliare dal superfluo e dal dannoso conto la inciviltà del profitto, del tutto e subito e dell' apparenza senza memoria.
Ancora una volta Benni, usa la penna per mettere in guardia eserciti di cittadini (intesi come umani-urbani, i suoi lettori) che vivono la propria esistenza seguendo, anzi subendo, un modello di vita teso al consumo in quanto tale, individualista all' estremo ed in definitiva sempre più lontano dalla propria vera natura. Lontano dalla Natura.
Certo, detto così sembra progetto letterario piuttosto ambizioso oltrechè pesante e invece Benni dipinge questa lotta con la sua personale, lievissima, tavolozza fiabesca.
Inventa personaggi deliziosi quanto improbabili e a ciascuno mette in bocca una favola (o una parabola se vogliamo), finendo per dar vita ad un racconto corale (il Bar Sport in fondo è un luogo ove ognuno racconta la sua storia) che si snoda veloce sino al commovente epilogo.
Una lettura leggera e salutare, che ricorda a tutti noi quanto sia facile dimenticarsi di ciò che è veramente importante e di quanto altrettanto facile possa essere spendersi all'inseguimento di vane apparenze.
Sempre utile.
PS: introduco il servizio "Se ti è piaciuto questo, prova anche quest'altro". In questo caso il suggerimento di lotta appenninico ambientalista è Guerra agli umani di Wu Ming 2.
mercoledì 16 dicembre 2009
Avoledo e l'elenco telefonico di Atlantide
L' opera prima di Tullio Avoledo, friulano, bancario prestato alla scrittura o forse scrittore prestato all' ufficio legale di una banca di Pordenone, è un romanzo che si intitola "L'elenco teleonico di Atlantide".
Già un titolo può far presagire qualcosa del contenuto di un libro. Ebbene, in questo caso la copertina ci offre almeno un indizio per indovinare cosa si troverà tra le pagine di questo romanzo.
Atlantide e l' elenco telefonico infatti, sono due cose che stanno insieme come cozze e nutella e questo del titolo non sarà il solo "ponte concettuale" che il lettore dovrà gettare tra un tema e l' altro durante la lettura.
Preparatevi, perchè Avoledo se ne frega della verosomiglianza e vi porterà a spasso tra le sue fantasie più scellerate, senza riguardo alcuno per la logica, tanto è un racconto di fantascienza, no anzi un thriller fantasy. Anzi no, un racconto grottesco.
Insomma, il nostro Tullio cambia registro ed argomenti con grande (forse troppa) disinvoltura, mettendo insieme di tutto e dopo un avvio piuttosto lento (forse inizialmente voleva fare un altro racconto?) la storia prende quota sino a diventare davvero avvincente e divertente.
Il protagonista, un autobiografico impiegato di banca, si troverà a fronteggiare una cospirazione mondiale che vedrà coinvolti nell' ordine: seguaci di antichi Dei egizi, gli stessi Dei egizi, strampalati appartenenti alla setta segreta dei Rosacroce e raffinati impostori. I
l ritmo, così come gli argomenti non mancheranno, così come la voglia di vedere come finisce.
Certo, occorre firmare un contratto con lo scrittore piuttosto oneroso, dove la realtà è sempre quella che scrive lui, salvo quando non scrive qualcosa di diverso, ma alla fine il compenso è una lettura molto divertente. E scusate se è poco.
Avvertenza: è un classico libro che non si può leggere facendo molte pause, rischio di non ricordare e capirci nulla.
Avvertenza 2: se non è piaciuto American Gods di Neil Gaiman, meglio non avvicinarcisi (a buon intenditore...)
giovedì 10 dicembre 2009
Recensioni d'essai: GranTorino di Clint Eastwood
Questa settimana ho finalmente recuperato una mancanza che avevo accumulato durante la precedente stagione cinematografica. Ho affittato il cd di "GranTorino", penultima fatica dell' ottuagenario Clint Eastwood.
In molti me ne avevano parlato bene e così, quando si è presentata l'occasione l' ho scelto.
E' la storia di un vecchio (proprio lui, il monolitico Clint) pensionato americano, ex-operaio della Ford e reduce della guerra di Corea, che resiste ad abitare in un quartiere che piano piano si è trasformato in una sorta di Chinatown (anzi, Hmong-town, ma per lui è lo stesso).
Il vecchio Walt è un vecchio razzista, che mal digerisce l' invasione di quelli che per lui sono "musi gialli". E' tuttavia un tipo tutto di un pezzo e così come tiene alta la bandiera dell'americanità, lui che di cognome fa Kowalski, così mal digerisce i soprusi che una gang di teppisti asiatici infligge ai suoi vicini di casa.
E così, anche se un pò fuori tempo massimo, il Texano dagli occhi di ghiaccio, torna a vendicare le ingiustizie, menando cazzotti e fucilate.
Poco a poco, il vecchio Walt, dapprima rigido e irremovibile, scoprirà come recuperare il rispetto delle persone, perfino dei "musi gialli" e sopratutto l' amore per la vita.
Perchè GranTorino? Il titolo è tratto dal nome di un coupè della Ford, icona sportiva degli anni '70 (era l' auto di Starsky), che il nostro possiede e che tratta con cura maniacale. E proprio l'auto, sarà al centro di un evento che costituirà il punto di svolta nell'esistenza del protagonista.
Il film sfrutta un meccanismo che Clint ha dimostrato di saper usare benissimo già con Million Dollar Baby. Il duro che si scioglie e poi lacrime finali. La pellicola è sicuramente godibile e raggiunge i suoi scopi (oltrechè un discreto successo al botteghino), tuttavia debbo dire che mi aspettavo di meglio. Mi è sembrato tutto costruito con molto mestiere, con Eastwood che gigioneggia alla grande nel suo classico (e unico?) ruolo e con una sceneggiatura organizzata per commuovere.
Onesto e ben fatto, ma niente di più.
E per te? Vota il sondaggio! (ma anche no, insomma...)
E per te? Vota il sondaggio! (ma anche no, insomma...)
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domenica 6 dicembre 2009
Ecco un titolo da evitare: A serious man.
Ci sono sere che vuoi andre al cinema e, se anche in cartellone non ci sono film che ti attraggono, scegli il meno peggio, paghi il biglietto e ti accomodi in platea.
Stasera è andata così che ci siamo presentati a vedere "A serious man" dei fratelli Coen.
Non sono un raffinato cinefilo, il mio genere di film preferito è spettacolare, divertente e - di solito - a lieto fine, lo ammetto.
E tuttavia, la proiezione di questa sera resterà nella mia memoria come una delle (scegliete voi il termine più appropriato)**ate più pazzesche che mi sia mai capitato di vedere.
Si è trattato di 105 minuti di film lento all' inverosimile, farcito di sfighe e complessi psicologici che neppure Woody Allen in crisi avrebbe mai prodotto. Il protagonista, un insipido professore universitario, è sopraffatto da tutto. Dalla moglie, dall' amante di lei, dai rudi vicini di casa, dai figli che gli rubano i soldi, dal fratello che gli scrocca la vita, dai commericanti di dischi per corrispondenza, dagli studenti che lo ricattano e perfino dai rabbini cui si rivolge per ottenere conforto. Quando sembra essere in procinto di ricevere finalmente una buona notizia, il latore della medesima, muore di infarto.
Forse il motivo di tanta sfiga è da ricercare nei primi 10 minuti di film (in yiddish), dove si assiste all' omicidio di un rabbino, avvenuto secoli orsono in Germania e che pare scatenare una maledizione. Ma chi lo sa?
Insomma, un pò Forrest Gump, un pò Fantozzi ebreo del Minnesota che però non intenerisce e non fa neppure ridere, anzi, innervosisce con il suo continuo ed implacabile subire.
L' amara ironia che talvolta strappa sorrisi alla platea, così pure come le facce di alcuni dei protagonisti, non bastano a scongiurare un giudizio pessimo, condiviso pressochè da tutti i partecipanti alla proiezione.
Concludendo: da evitare come la peste.
Stasera è andata così che ci siamo presentati a vedere "A serious man" dei fratelli Coen.
Non sono un raffinato cinefilo, il mio genere di film preferito è spettacolare, divertente e - di solito - a lieto fine, lo ammetto.
E tuttavia, la proiezione di questa sera resterà nella mia memoria come una delle (scegliete voi il termine più appropriato)**ate più pazzesche che mi sia mai capitato di vedere.
Si è trattato di 105 minuti di film lento all' inverosimile, farcito di sfighe e complessi psicologici che neppure Woody Allen in crisi avrebbe mai prodotto. Il protagonista, un insipido professore universitario, è sopraffatto da tutto. Dalla moglie, dall' amante di lei, dai rudi vicini di casa, dai figli che gli rubano i soldi, dal fratello che gli scrocca la vita, dai commericanti di dischi per corrispondenza, dagli studenti che lo ricattano e perfino dai rabbini cui si rivolge per ottenere conforto. Quando sembra essere in procinto di ricevere finalmente una buona notizia, il latore della medesima, muore di infarto.
Forse il motivo di tanta sfiga è da ricercare nei primi 10 minuti di film (in yiddish), dove si assiste all' omicidio di un rabbino, avvenuto secoli orsono in Germania e che pare scatenare una maledizione. Ma chi lo sa?
Insomma, un pò Forrest Gump, un pò Fantozzi ebreo del Minnesota che però non intenerisce e non fa neppure ridere, anzi, innervosisce con il suo continuo ed implacabile subire.
L' amara ironia che talvolta strappa sorrisi alla platea, così pure come le facce di alcuni dei protagonisti, non bastano a scongiurare un giudizio pessimo, condiviso pressochè da tutti i partecipanti alla proiezione.
Concludendo: da evitare come la peste.
martedì 1 dicembre 2009
Il simbolo Perduto di Dan Brown
Appartengo alla schiera di lettori affatto snob, che all' uscita del Codice da Vinci di Dan Brown, lo celebrarono come un bellissimo romanzo d'avventura.
Non stupisca quindi che appena uscita l' ultima fatica dell' autore americano, io abbia approfittato dell' immancabile -30% di sconto all' Esselunga per procurarmi una copia del voluminoso tomo.
Rilegato da libro serio, oltre 640 pagine di racconto, Il simbolo Perduto è il volume più ingombrante della mia biblioteca. Vinta l' ansia da prestazione, ho iniziato la lettura.
Da subito, ho compreso che l' amico Dan avrebbe seguito il detto "squadra che vince non si cambia". Non parlo solo del protagonista, ma anche degli ingredienti della storia e della costruzione della trama, con un incipit molto simile a quelli dei precedenti racconti.
Pronti via infatti, ci si trova coinvolti nell'ennesima caccia al tesoro con annessi enigmi ed ordini mistici occulti, i quali custodiscono segreti di immane portata, in grado di cambiare il mondo al loro disvelarsi.
Ecco, per un detrattore del nostro scrittore, la recensione potrebbe chiudersi così.
Non c'è molto da dire infatti sul monoepressivo Robert Langdon, il protagonista della saga, il cui spessore è di molto inferiore anche a quello del libro. Di lui si sa soltanto che si sveglia ogni mattina ad ore antelucane per farsi un numero esagerato di vasche in piscina e che insegna con buon successo simbologia all' università. Ah! Dimenticavo, da piccolo è scivolato in un pozzo e ne è rimasto traumatizzato, procurandosi una violenta forma di claustrofobia (oltrechè che una sfiga pazzesca, poiché ogni racconto gli capita di essere rinchiuso in qualche tipo di bugigattolo...).
Per intenderci, altro che Tom Hanks, dovevano farlo interpretare a Steven Seagal il film!
Però.
Però io non sono un detrattore a tutti i costi. Ed allora debbo proprio ammettere, che pur senza stregarmi (cosa invece successa col Codice), questo romanzone d'avventura, mi ha intrigato ed avvinto dalla prima all'ultima pagina.
Ritmo incalzante e colpi di scena che si susseguono con una frequenza talmente elevata da non farti neppure soffermare sulla bontà degli stessi.
Concludendo, non è roba per palati fini, ma un emozionante e ben congegnato racconto d'avventura, senza altre pretese che quella di far divertire. E vendere.
Il vostro blog della sera, lo ritiene ideale per una lettura digestiva dopo il pranzo di Natale.
Non stupisca quindi che appena uscita l' ultima fatica dell' autore americano, io abbia approfittato dell' immancabile -30% di sconto all' Esselunga per procurarmi una copia del voluminoso tomo.
Rilegato da libro serio, oltre 640 pagine di racconto, Il simbolo Perduto è il volume più ingombrante della mia biblioteca. Vinta l' ansia da prestazione, ho iniziato la lettura.
Da subito, ho compreso che l' amico Dan avrebbe seguito il detto "squadra che vince non si cambia". Non parlo solo del protagonista, ma anche degli ingredienti della storia e della costruzione della trama, con un incipit molto simile a quelli dei precedenti racconti.Ecco, per un detrattore del nostro scrittore, la recensione potrebbe chiudersi così.
Non c'è molto da dire infatti sul monoepressivo Robert Langdon, il protagonista della saga, il cui spessore è di molto inferiore anche a quello del libro. Di lui si sa soltanto che si sveglia ogni mattina ad ore antelucane per farsi un numero esagerato di vasche in piscina e che insegna con buon successo simbologia all' università. Ah! Dimenticavo, da piccolo è scivolato in un pozzo e ne è rimasto traumatizzato, procurandosi una violenta forma di claustrofobia (oltrechè che una sfiga pazzesca, poiché ogni racconto gli capita di essere rinchiuso in qualche tipo di bugigattolo...).
Per intenderci, altro che Tom Hanks, dovevano farlo interpretare a Steven Seagal il film!
Però.
Però io non sono un detrattore a tutti i costi. Ed allora debbo proprio ammettere, che pur senza stregarmi (cosa invece successa col Codice), questo romanzone d'avventura, mi ha intrigato ed avvinto dalla prima all'ultima pagina.
Ritmo incalzante e colpi di scena che si susseguono con una frequenza talmente elevata da non farti neppure soffermare sulla bontà degli stessi.
Concludendo, non è roba per palati fini, ma un emozionante e ben congegnato racconto d'avventura, senza altre pretese che quella di far divertire. E vendere.
Il vostro blog della sera, lo ritiene ideale per una lettura digestiva dopo il pranzo di Natale.
giovedì 5 novembre 2009
Le teste - Da perderci la.
Sempre alla ricerca di autori di racconti gialli o noir, ho seguito il consiglio del blog di Alfonso ed ho acquistato Le Teste, un racconto di Giuseppe Genna.

E' il terzo ed ultimo capitolo del ciclo da tre racconti (compreso questo) dedicati all' ispettore Lopez, disincantato e cinico ispettore della sezione investigativa della polizia di Milano.
L' ispettore si muove in una Milano contemporanea, è l' inverno del 2009 ed ha a che fare con un macabro caso che ne stravolgerà per sempre l' esistenza.
Nell' Idroscalo viene ritrovato il cadavere di un pensionato e, per caso, anche un sacchetto contenente una testa di donna. E' il via di un crescendo di avvenimenti che senza un ritmo particolarmente regolare, porteranno il protagonista (e l' autore?!) di fronte all' estremo. E' un giallo (nonostante la pretesa dell' autore di porre il racconto "programmaticamente fuori dal genere") dai molti colpi di scena, dalle originali (e ardite) trovate e che frequenta le perierie di Milano che ben conosco.
Purtroppo, soffre di molti difetti che lo rendono sconsigliabile agli amici.
La prosa. Un uso sfacciato della punteggiatura. Smodato. Eccessivo. Rendo l'idea?
La ricerca lessicale. Esoserrima. Iperbolica. Eccessiva. Rendo anche in questo caso?
Circa metà libro (un capitolo di racconto ed uno di introspezione per tutta la durata del libro) dedicato ai deliri in totale stream of consciousness dell' autore.
Decisamente pesante, al punto che quasi subito ho deciso di saltarmi le parti di delirio.
E' così che le circa 370 pagine del libro, si riducono di quasi la metà e con le buone o le cattive si riesce a portarlo a termine.
Ma io, che ho un rapporto decisamente edonistico con la lettura, non è questo che mi aspetto da un libro.
A onor del vero Alf sostiene che bisognava leggere prima gli altri due racconti dell' autore, tuttavia, temo che non cercherò di recuperare...
Per completezza di informazione, in alto ho piazzato il link alla recensione del nostro triestino preferito, il quale è stato senz'altro più generoso di me.

E' il terzo ed ultimo capitolo del ciclo da tre racconti (compreso questo) dedicati all' ispettore Lopez, disincantato e cinico ispettore della sezione investigativa della polizia di Milano.
L' ispettore si muove in una Milano contemporanea, è l' inverno del 2009 ed ha a che fare con un macabro caso che ne stravolgerà per sempre l' esistenza.
Nell' Idroscalo viene ritrovato il cadavere di un pensionato e, per caso, anche un sacchetto contenente una testa di donna. E' il via di un crescendo di avvenimenti che senza un ritmo particolarmente regolare, porteranno il protagonista (e l' autore?!) di fronte all' estremo. E' un giallo (nonostante la pretesa dell' autore di porre il racconto "programmaticamente fuori dal genere") dai molti colpi di scena, dalle originali (e ardite) trovate e che frequenta le perierie di Milano che ben conosco.
Purtroppo, soffre di molti difetti che lo rendono sconsigliabile agli amici.
La prosa. Un uso sfacciato della punteggiatura. Smodato. Eccessivo. Rendo l'idea?
La ricerca lessicale. Esoserrima. Iperbolica. Eccessiva. Rendo anche in questo caso?
Circa metà libro (un capitolo di racconto ed uno di introspezione per tutta la durata del libro) dedicato ai deliri in totale stream of consciousness dell' autore.
Decisamente pesante, al punto che quasi subito ho deciso di saltarmi le parti di delirio.
E' così che le circa 370 pagine del libro, si riducono di quasi la metà e con le buone o le cattive si riesce a portarlo a termine.
Ma io, che ho un rapporto decisamente edonistico con la lettura, non è questo che mi aspetto da un libro.
A onor del vero Alf sostiene che bisognava leggere prima gli altri due racconti dell' autore, tuttavia, temo che non cercherò di recuperare...
Per completezza di informazione, in alto ho piazzato il link alla recensione del nostro triestino preferito, il quale è stato senz'altro più generoso di me.
domenica 1 novembre 2009
L'amore del bandito - Ovvero delle sue conseguenze
E finalmente ho trovato il tempo per leggermi l' ultimo capitolo della saga dell' Alligatore di Massimo Carlotto.
L'amore del bandito è una storia tutto sommato ben congegnata, che traccia gli ultmi colpi di pennello sui caratteri di Marco Buratti, Max e il vecchio Rossini.In questo episodio, il cui evolversi prende un lasso di tempo davvero ampio, circa cinque anni, accadono cose e si prendono strade, dalle quali non si potrà tornare indietro.
E sopratutto, il nostro trio affina le individualità di ciascuno e le declina in maniera diversa attraverso il rapporto di ciascuno con l' amore. L'amore del bandito. Il risultato, letale per il trio, sarà che ciascuno prenderà la sua strada.
La storia dicevo, è ben congegnata, anche se non sempre scorre lineare. Un pò come se l'autore l' avesse scritta davvero nei cinque anni che abbraccia e come se avesse talvolta avesse cambiato idea su come farla proseguire o addirittura finire. Anche i toni e le conseguenze della storia sono davvero molto più potenti delle precedenti situazioni, un pò come se ci fosse il desiderio di far giungere tutto al punto di non ritorno.
Insomma, non vorrei che Carlotto fosse vittima del tipico amore-odio che ogni tanto prende un romanziere per il suo figlio più celebre e che faticasse a trovare ispirazione per raccontarci delle avventure dell'Alligatore.
Concludendo, si legge volentieri nonostante qualche segnale ci metta in guardia sul futuro di Marco Buratti, eroe stanco e senza una donna dalla quale tornare.
martedì 27 ottobre 2009
Il corriere colombiano - L'alligatore di Carlotto
Nella mia ultima razzia da - 30% di sconto all' Esselunga, mi sono procurato l' ultimo racconto di Massimo Carlotto: L'amore del bandito.
Torno a casa, lo appoggio sul comodino, ultimo di una pila impressionante, e quando viene il momento di leggerlo penso... non sono tranquillo, non mi torna qualcosa. In genere mi succede quando ho lasciato indietro la lettura di un racconto precedente dello stesso autore.
Così, vado alla libreria e cerco.
Operazione complessa, perchè possiedo oltre mille volumi e non li ho mai ordinati, anzi, godo nel mischiarli, convinto che l'eventuale ricerca di un titolo particolare possa essere di per se fonte di gioia. Non è vero, me ne accorgo quando succede.
Così, dopo una birra e qualche malumore, trovo finalmente il motivo della mia inquietudine: è piccolo, giallo e si intitola:" Il corriere colombiano".
Lo avevo acquistato anni fa e non lo avevo ancora letto, distratto dalle uscite del momento o da acquisti più recenti.
Il corriere colombiano è un racconto del 2000, quarto della serie dove si narrano le avventure dell' Alligatore, l' alter ego-protagonista di buona parte dei racconti noir di Carlotto.
Ancora una volta, l' ex-cantante blues ed ex-galeotto Marco Buratti, detto l' Alligatore è alle prese con una investigazione sui generis, che lo porterà a setacciare quel territorio ambiguo che sta tra la legalità e la mala, territorio fatto di night, locali notturni e paura di tornare in galera.
Ad aiutarlo, il milanese, gangster vecchio stampo e Max la memoria, ciccione in fuga dalla società.
E' un noir vecchio stampo, dove non c'è da scoprire chi ha ucciso il morto, ma dove i nostri debbono cercare di tirar fuori un delinquente che sta in galera per un reato che non ha commesso.
E' un noir vecchio stampo, dove non c'è da scoprire chi ha ucciso il morto, ma dove i nostri debbono cercare di tirar fuori un delinquente che sta in galera per un reato che non ha commesso.
Si troveranno invischiati in una complessa operazione antidroga, e dovranno decidere se restare fedeli ai propri principi (quelli della mala di una volta) e sfidare così le autorità, con le conseguenze che questo comporta, in particolare per degli ex-galeotti.
La storia è ben congegnata, i personaggi ben disegnati (forse un pò stereotipati, ma genuini) e la lettura scorrevole.
Resta difficile per me pensare di bere un alligatore (è un cocktail creato per il protagonista che ne beve come fossero gazzose, e che prevede 3 parti di Drambuiè più 7 di Calvados, insomma una mazzata), ma è una lettura che consiglio, anche agli astemi.
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