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lunedì 7 giugno 2010

La caccia al tesoro di Montalbano


Andrea Camilleri ci regala l' ennesimo appuntamento con le avventure del commissario Montalbano e come è tradizione, mi precipito ad acquistare il librettino nero di Sellerio. Sfoglio le prima pagine con apprensione, perchè nelle ultime uscite, Salvuzzo nostro mi era sembrato eccessivamente amaro, cupo, avviato a grandi passi verso un solitario declino fisico ed intellettuale. Mi rattristava un pò, lo confesso.
Invece, in questa che è una delle sue storie più truci, una delle storie dove l'esplorazione della follia umana e del suo lato oscuro scandagliano più in profondità, Salvo torna ad essere ironico e a tratti divertente.
Intendiamoci, l'età di mezzo si fa piena per il nostro Montalbano, ma i conti con la sventura di invecchiare, sono alleggeriti da alcune situazioni davvero esilaranti e sopratutto da uno sfondo di speranza che illumina tutto il racconto.
La storia non è la meglio congegnata, tanto è vero che ben prima della metà del racconto avevo di persona personalmente ipotizzato la soluzione del caso (detto tra noi, anche considerando la mia personale perspicacia, è grave...), tuttavia si lascia leggere con facilità e - benchè il mistero appaia in realtà di facile soluzione - avvince il giusto.
Si legge in due sere, una per i più ghiotti, ed è consigliato anche sotto l' ombrellone.
Non un capolavoro ma godibile ed in ultima analisi, rassicurante.

giovedì 18 febbraio 2010

Altai, Il ritorno di Wu Ming

Torna Wu Ming, il collettivo di scrittori bolognesi balzato agli onori della cronaca con il caso letterario del 1999, il romanzo storico "Q", ambientato nella Germania della Riforma. E lo fa ambientando questa nuova storia nello stesso periodo, il XVI secolo, che avevano già esplorato nel loro fortunato esordio.
Altai è un romanzo che racconta della guerra di Cipro che vide contrapposta la Repubblica di Venezia e l' Impero ottomano del sultano Selim II. Questo conflitto è visto però da una prospettiva terza, e vale a dire quella degli ebrei che all' epoca trovavano ospitalità dal Sultano (e che naturalmente, venivano cacciati o perseguitati dalle altre potenze).
I protagonisti, Youssef Nasi ed Emanuele De Zante sono infatti due giudei dalle storie molto diverse. Ricco, colto e da sempre dedito alla causa della sua gente, il primo, dedica la propria esistenza alla ricerca di una terra promessa per il proprio popolo.
Il secondo invece, ha un passato da convertito cristiano e di sgherro della Serenissima. Il tradimento subito da parte di un alto funzonario veneziano ne ha fatto un fuggitivo, ed Youssef Nasi, che lo ha richiamato ad Istambul, lo riporterà alle sue radici culturali e ne farà il suo braccio destro.
La guerra di Cipro dicevo. Nasi finanzia generosamente l' impresa del Sultano ed ottiene di diventare Re di quella terra nel momento in cui essa verrà conquistata. Conta di farne la nuova Sion, un luogo dove accogliere il popolo ebraico e chiunque al mondo subisca discriminazioni. Si assiste così alle manovre di palazzo, al nascere di sogni di libertà, alle brutture della guerra ed alle delusioni della Storia.
E' un libro impegnativo ma si legge bene, il tema è interessante e la prospettiva dicevo, originale. Insomma un bel ritorno dopo la parziale eclisse di Manituana (giudizio sommario, è che non riesco a leggere oltre pagina 40...).
Insomma, "Q" resta ineguagliato ma lo consiglio.
La pagina ufficiale di Wu Ming foundation per saperne di più.
La recensione sul Corriere del Veneto, per ovvi motivi particolarmente interessato.
Un grazie a Max Saudade per avermelo suggerito.

giovedì 21 gennaio 2010

La Cattedrale del Mare di Ildefonso Falcones



Ho acquistato "La cattedrale del mare" incuriosito dal grande successo commerciale riscosso. Ho atteso l' uscita dell' edizione economica (i grandi Tea) ed a quel punto, sganciando i miei 13€, me la sono portata a casa.
La Cattedrale è un racconto, anzi un vero e proprio romanzo storico, che in 640 pagine narra delle avventure della famiglia Estanyol, in origine mezzadri e servi della gleba della campagna catalana.
La storia comincia il giorno del matrimonio del giovane Bernat e si conclude con la maturità di suo figlio Arnau.
In mezzo, 64 anni di storia di Barcellona, ricchi di riferimenti storici e di accurate ricostruzioni dei luoghi e delle usanze della catalogna del XIV secolo.
Nel romanzone c'è un pò di tutto, l'ascesa, la rovina e il riscatto di una famiglia. E poi guerre, carestie, persecuzioni religiose e pestilenze. Amori, stupri e inquisizione. Il tutto all' ombra del cantiere della Chiesa del Mar, la chiesa del popolo barcellonese, in costruzione proprio durante quegli anni.
L' abilità di Ildefonso Falcones è sicuramente quella di realizzare un copione che riesce a contenere con relativa leggerezza questa ricchezza di argomenti. Il racconto è scorrevole e si legge volentieri, anzi, alla fine le pagine scivolano velocissime. Una lettura piacevole.
E poi, è una miniera di informazioni sulla vita durante il XIV secolo ed in particolare su quella di Barcellona, città che ho visitato molte volte ma della cui storia sapevo ben poco.
I moltissimi personaggi del romanzo sono una galleria variegata ed esaustiva delle figure di quel tempo (i cui caratteri tuttavia, sono trasportabili pure ai tempi nostri), pur senza brillare per spessore o originalità.
Concludendo, un libro molto interessante e che si legge gradevolmente.
Manca a mio avviso la scintilla del genio assoluto, ma è un lavoro molto ben fatto.
Senza scomodare Manzoni (c'è una peste pure qua!), chi avesse letto i Pilastri della Terra di Ken Follet, troverà molte analogie.
Per chi non lo avesse letto, onestamente, consiglierei di cominciare da quello!

lunedì 11 gennaio 2010

Emmaus di Baricco


Emmaus è l'ultimo romanzo scritto da Alessandro Baricco e prima di parlarne, occorre una premessa sull'autore torinese.
Baricco è uno scrittore che da sempre divide la critica. I suoi "sostenitori" apprezzano l'eleganza compiaciuta della prosa, nonchè l'abilità con cui affronta temi dei più disparati e originali. Insomma, per loro è un cuoco di nouvelle cousine, che serve sempre piatti raffinatissimi e deliziosi, giocando con gli ingredienti più disparati.
I suoi critici, lo percepiscono invece come un tecnico vanesio il quale confeziona con grande sapienza commerciale degli ottimi best seller, ma senza alcun valore. Insomma, i piatti di questo chef sono belli a vedersi e ben cucinati ma non sanno di nulla.
Io, sintetizzo le due tesi, pensando che sia vera la prima, ma al tempo stesso che Baricco sia un pò troppo incline ad avvicinarsi alla seconda.
Partendo da questo presupposto, parlare di Emmaus, sarà molto più facile, perchè in nessun suo racconto come in questo, c'è così tanto materiale per i sostenitori di entrambe le fazioni.
E' la storia di quattro ragazzi ancora per poco minorenni, pervasi da una profonda (?) fede cattolica.
E' il racconto di come IlSanto, Luca, Bobby e la voce narrante (il nome non viene fuori in tutto il libro), affronteranno il viaggio che li condurrà dalla quieta accettazione delle tradizioni, della fede e del cammino per loro disegnato dai genitori e dalla comunità, alla consapevolezza di loro stessi, della loro stessa esistenza e dell' avventura che essa costituisce.
Il traghettatore verso la sponda di questa consapevolezza è Andre, una ragazza bellissima, dalla classe innata e dai tratti androgini. Una ragazza segnata dal male di vivere e che corrompe tutto ciò e tutti coloro che la avvicinano. Dapprima insieme e poi ciascuno per proprio conto, i quattro amici percorreranno questo cammino, ognuno verso diverse direzioni e con diversi esiti.

E' un racconto in pieno stile Baricco, oserei definire per appassionati, dove ritroverete tutto ciò che caratterizza - in bene ed in meno bene - lo scrittore. Che dire? A me è piaciuto, ma lo confesso, sono un appassionato.

Per darvi un idea delle passioni contrastanti che scatena questo scrittore, vi linko due altre recensioni, suppongo professionali, tratte da due diversi quotidiani on-line.
Qui la recensione amica e qui quella meno amica... buon divertimento!

domenica 20 dicembre 2009

Pane e tempesta di Stefano Benni


Mi piace Stefano Benni , mi piace la dolcezza delle sue storie e sopratutto la poesia dei suoi personaggi, che sono i veri protagonisti dei libri che scrive.
Ebbene il suo ultimo romanzo, Pane e Tempesta è proprio un libro manifesto del Benni-Pensiero.
Tra le sue pagine, radunati intorno al Bar Sport, troverete infatti tutta una galleria dei suoi migliori personaggi, ciascuno con le proprie strampalate peculiarità, ciascuno allegoria dei migliori vizi e delle peggiori virtù umane.
E potrete assistere alla lotta di costoro per la salvezza del paese di Montelfo, minacciato dalle mire espansionistiche- cementificatorie di una ridda di affaristi senza scrupoli e di politici maancheinciucisti.
E' ancora una volta una lotta senza quartiere, una vera e propria lotta tra il bene e il male, perchè in gioco non c'è solo la sorte del piccolo paese di montagna, bensì quella di uno stile di vita, anzi di una civiltà che non perde di vista le cose veramente importanti e che non si fa abbagliare dal superfluo e dal dannoso conto la inciviltà del profitto, del tutto e subito e dell' apparenza senza memoria.
Ancora una volta Benni, usa la penna per mettere in guardia eserciti di cittadini (intesi come umani-urbani, i suoi lettori) che vivono la propria esistenza seguendo, anzi subendo, un modello di vita teso al consumo in quanto tale, individualista all' estremo ed in definitiva sempre più lontano dalla propria vera natura. Lontano dalla Natura.
Certo, detto così sembra progetto letterario piuttosto ambizioso oltrechè pesante e invece Benni dipinge questa lotta con la sua personale, lievissima, tavolozza fiabesca.
Inventa personaggi deliziosi quanto improbabili e a ciascuno mette in bocca una favola (o una parabola se vogliamo), finendo per dar vita ad un racconto corale (il Bar Sport in fondo è un luogo ove ognuno racconta la sua storia) che si snoda veloce sino al commovente epilogo.
Una lettura leggera e salutare, che ricorda a tutti noi quanto sia facile dimenticarsi di ciò che è veramente importante e di quanto altrettanto facile possa essere spendersi all'inseguimento di vane apparenze.
Sempre utile.

PS: introduco il servizio "Se ti è piaciuto questo, prova anche quest'altro". In questo caso il suggerimento di lotta appenninico ambientalista è Guerra agli umani di Wu Ming 2.

mercoledì 16 dicembre 2009

Avoledo e l'elenco telefonico di Atlantide


L' opera prima di Tullio Avoledo, friulano, bancario prestato alla scrittura o forse scrittore prestato all' ufficio legale di una banca di Pordenone, è un romanzo che si intitola "L'elenco teleonico di Atlantide".
Già un titolo può far presagire qualcosa del contenuto di un libro. Ebbene, in questo caso la copertina ci offre almeno un indizio per indovinare cosa si troverà tra le pagine di questo romanzo.
Atlantide e l' elenco telefonico infatti, sono due cose che stanno insieme come cozze e nutella e questo del titolo non sarà il solo "ponte concettuale" che il lettore dovrà gettare tra un tema e l' altro durante la lettura.
Preparatevi, perchè Avoledo se ne frega della verosomiglianza e vi porterà a spasso tra le sue fantasie più scellerate, senza riguardo alcuno per la logica, tanto è un racconto di fantascienza, no anzi un thriller fantasy. Anzi no, un racconto grottesco.
Insomma, il nostro Tullio cambia registro ed argomenti con grande (forse troppa) disinvoltura, mettendo insieme di tutto e dopo un avvio piuttosto lento (forse inizialmente voleva fare un altro racconto?) la storia prende quota sino a diventare davvero avvincente e divertente.
Il protagonista, un autobiografico impiegato di banca, si troverà a fronteggiare una cospirazione mondiale che vedrà coinvolti nell' ordine: seguaci di antichi Dei egizi, gli stessi Dei egizi, strampalati appartenenti alla setta segreta dei Rosacroce e raffinati impostori. I
l ritmo, così come gli argomenti non mancheranno, così come la voglia di vedere come finisce.
Certo, occorre firmare un contratto con lo scrittore piuttosto oneroso, dove la realtà è sempre quella che scrive lui, salvo quando non scrive qualcosa di diverso, ma alla fine il compenso è una lettura molto divertente. E scusate se è poco.

Avvertenza: è un classico libro che non si può leggere facendo molte pause, rischio di non ricordare e capirci nulla.

Avvertenza 2: se non è piaciuto American Gods di Neil Gaiman, meglio non avvicinarcisi (a buon intenditore...)

martedì 1 dicembre 2009

Il simbolo Perduto di Dan Brown

Appartengo alla schiera di lettori affatto snob, che all' uscita del Codice da Vinci di Dan Brown, lo celebrarono come un bellissimo romanzo d'avventura.
Non stupisca quindi che appena uscita l' ultima fatica dell' autore americano, io abbia approfittato dell' immancabile -30% di sconto all' Esselunga per procurarmi una copia del voluminoso tomo.
Rilegato da libro serio, oltre 640 pagine di racconto, Il simbolo Perduto è il volume più ingombrante della mia biblioteca. Vinta l' ansia da prestazione, ho iniziato la lettura.

Da subito, ho compreso che l' amico Dan avrebbe seguito il detto "squadra che vince non si cambia". Non parlo solo del protagonista, ma anche degli ingredienti della storia e della costruzione della trama, con un incipit molto simile a quelli dei precedenti racconti.
Pronti via infatti, ci si trova coinvolti nell'ennesima caccia al tesoro con annessi enigmi ed ordini mistici occulti, i quali custodiscono segreti di immane portata, in grado di cambiare il mondo al loro disvelarsi.

Ecco, per un detrattore del nostro scrittore, la recensione potrebbe chiudersi così.
Non c'è molto da dire infatti sul monoepressivo Robert Langdon, il protagonista della saga, il cui spessore è di molto inferiore anche a quello del libro. Di lui si sa soltanto che si sveglia ogni mattina ad ore antelucane per farsi un numero esagerato di vasche in piscina e che insegna con buon successo simbologia all' università. Ah! Dimenticavo, da piccolo è scivolato in un pozzo e ne è rimasto traumatizzato, procurandosi una violenta forma di claustrofobia (oltrechè che una sfiga pazzesca, poiché ogni racconto gli capita di essere rinchiuso in qualche tipo di bugigattolo...).
Per intenderci, altro che Tom Hanks, dovevano farlo interpretare a Steven Seagal il film!

Però.
Però io non sono un detrattore a tutti i costi. Ed allora debbo proprio ammettere, che pur senza stregarmi (cosa invece successa col Codice), questo romanzone d'avventura, mi ha intrigato ed avvinto dalla prima all'ultima pagina.
Ritmo incalzante e colpi di scena che si susseguono con una frequenza talmente elevata da non farti neppure soffermare sulla bontà degli stessi.
Concludendo, non è roba per palati fini, ma un emozionante e ben congegnato racconto d'avventura, senza altre pretese che quella di far divertire. E vendere.

Il vostro blog della sera, lo ritiene ideale per una lettura digestiva dopo il pranzo di Natale.

giovedì 5 novembre 2009

Le teste - Da perderci la.

Sempre alla ricerca di autori di racconti gialli o noir, ho seguito il consiglio del blog di Alfonso ed ho acquistato Le Teste, un racconto di Giuseppe Genna.

E' il terzo ed ultimo capitolo del ciclo da tre racconti (compreso questo) dedicati all' ispettore Lopez, disincantato e cinico ispettore della sezione investigativa della polizia di Milano.
L' ispettore si muove in una Milano contemporanea, è l' inverno del 2009 ed ha a che fare con un macabro caso che ne stravolgerà per sempre l' esistenza.
Nell' Idroscalo viene ritrovato il cadavere di un pensionato e, per caso, anche un sacchetto contenente una testa di donna. E' il via di un crescendo di avvenimenti che senza un ritmo particolarmente regolare, porteranno il protagonista (e l' autore?!) di fronte all' estremo. E' un giallo (nonostante la pretesa dell' autore di porre il racconto "programmaticamente fuori dal genere") dai molti colpi di scena, dalle originali (e ardite) trovate e che frequenta le perierie di Milano che ben conosco.
Purtroppo, soffre di molti difetti che lo rendono sconsigliabile agli amici.
La prosa. Un uso sfacciato della punteggiatura. Smodato. Eccessivo. Rendo l'idea?
La ricerca lessicale. Esoserrima. Iperbolica. Eccessiva. Rendo anche in questo caso?
Circa metà libro (un capitolo di racconto ed uno di introspezione per tutta la durata del libro) dedicato ai deliri in totale stream of consciousness dell' autore.
Decisamente pesante, al punto che quasi subito ho deciso di saltarmi le parti di delirio.
E' così che le circa 370 pagine del libro, si riducono di quasi la metà e con le buone o le cattive si riesce a portarlo a termine.
Ma io, che ho un rapporto decisamente edonistico con la lettura, non è questo che mi aspetto da un libro.
A onor del vero Alf sostiene che bisognava leggere prima gli altri due racconti dell' autore, tuttavia, temo che non cercherò di recuperare...
Per completezza di informazione, in alto ho piazzato il link alla recensione del nostro triestino preferito, il quale è stato senz'altro più generoso di me.

domenica 1 novembre 2009

L'amore del bandito - Ovvero delle sue conseguenze

E finalmente ho trovato il tempo per leggermi l' ultimo capitolo della saga dell' Alligatore di Massimo Carlotto.
L'amore del bandito è una storia tutto sommato ben congegnata, che traccia gli ultmi colpi di pennello sui caratteri di Marco Buratti, Max e il vecchio Rossini.
In questo episodio, il cui evolversi prende un lasso di tempo davvero ampio, circa cinque anni, accadono cose e si prendono strade, dalle quali non si potrà tornare indietro.
E sopratutto, il nostro trio affina le individualità di ciascuno e le declina in maniera diversa attraverso il rapporto di ciascuno con l' amore. L'amore del bandito. Il risultato, letale per il trio, sarà che ciascuno prenderà la sua strada.
La storia dicevo, è ben congegnata, anche se non sempre scorre lineare. Un pò come se l'autore l' avesse scritta davvero nei cinque anni che abbraccia e come se avesse talvolta avesse cambiato idea su come farla proseguire o addirittura finire. Anche i toni e le conseguenze della storia sono davvero molto più potenti delle precedenti situazioni, un pò come se ci fosse il desiderio di far giungere tutto al punto di non ritorno.
Insomma, non vorrei che Carlotto fosse vittima del tipico amore-odio che ogni tanto prende un romanziere per il suo figlio più celebre e che faticasse a trovare ispirazione per raccontarci delle avventure dell'Alligatore.
Concludendo, si legge volentieri nonostante qualche segnale ci metta in guardia sul futuro di Marco Buratti, eroe stanco e senza una donna dalla quale tornare.




martedì 27 ottobre 2009

Il corriere colombiano - L'alligatore di Carlotto

Nella mia ultima razzia da - 30% di sconto all' Esselunga, mi sono procurato l' ultimo racconto di Massimo Carlotto: L'amore del bandito.
Torno a casa, lo appoggio sul comodino, ultimo di una pila impressionante, e quando viene il momento di leggerlo penso... non sono tranquillo, non mi torna qualcosa. In genere mi succede quando ho lasciato indietro la lettura di un racconto precedente dello stesso autore.
Così, vado alla libreria e cerco.
Operazione complessa, perchè possiedo oltre mille volumi e non li ho mai ordinati, anzi, godo nel mischiarli, convinto che l'eventuale ricerca di un titolo particolare possa essere di per se fonte di gioia. Non è vero, me ne accorgo quando succede.
Così, dopo una birra e qualche malumore, trovo finalmente il motivo della mia inquietudine: è piccolo, giallo e si intitola:" Il corriere colombiano".

Lo avevo acquistato anni fa e non lo avevo ancora letto, distratto dalle uscite del momento o da acquisti più recenti.
Il corriere colombiano è un racconto del 2000, quarto della serie dove si narrano le avventure dell' Alligatore, l' alter ego-protagonista di buona parte dei racconti noir di Carlotto.
Ancora una volta, l' ex-cantante blues ed ex-galeotto Marco Buratti, detto l' Alligatore è alle prese con una investigazione sui generis, che lo porterà a setacciare quel territorio ambiguo che sta tra la legalità e la mala, territorio fatto di night, locali notturni e paura di tornare in galera.
Ad aiutarlo, il milanese, gangster vecchio stampo e Max la memoria, ciccione in fuga dalla società.
E' un noir vecchio stampo, dove non c'è da scoprire chi ha ucciso il morto, ma dove i nostri debbono cercare di tirar fuori un delinquente che sta in galera per un reato che non ha commesso.
Si troveranno invischiati in una complessa operazione antidroga, e dovranno decidere se restare fedeli ai propri principi (quelli della mala di una volta) e sfidare così le autorità, con le conseguenze che questo comporta, in particolare per degli ex-galeotti.
La storia è ben congegnata, i personaggi ben disegnati (forse un pò stereotipati, ma genuini) e la lettura scorrevole.
Resta difficile per me pensare di bere un alligatore (è un cocktail creato per il protagonista che ne beve come fossero gazzose, e che prevede 3 parti di Drambuiè più 7 di Calvados, insomma una mazzata), ma è una lettura che consiglio, anche agli astemi.

venerdì 23 ottobre 2009

La rizzagliata di Camilleri

E' uscito un altro racconto di Andrea Camilleri.
E' uno di quelli editi da Sellerio di Palermo, con quel formato-libriccino dalla copertina nera che io amo tanto.


Dirò, che ho amato Camilleri dalla prima lettura di quello che secondo me rimane il suo capolavoro, "Il birraio di Preston" e da allora non mi sono perso nessun volume della fecondissima produzione.
La rizzagliata è un racconto ambientato nella Palermo di oggi, dove udite udite, il commissario Montalbano, non solo non esiste, ma addirittura viene citato come fosse davvero un personaggio di finzione. Sacrilegio!
Il protagonista è Michele Caruso, il direttore del telegiornale regionale della Rai, il quale ci guida - non senza qualche incertezza - attraverso un mondo fatto di mafiosi, di politici corrotti e collusi, di banchieri corrotti e collusi, di colleghi ugualmente corrotti e collusi... e poi le mogli dei colleghi, le guardie, i giudici, i giornalisti, tutti corrotti e collusi. O quantomeno, tutti pupi nelle mani del grande puparo, il quale manovrerà, ora ammansendo, ora minacciando, ora ingannando, tutti gli attori di questa commedia delle parti.
Ne esce un racconto amaro, dove non ci sono eroi, ma dove i migliori semplicemente sapranno farsi da parte in tempo, quando la macchina prenderà a correre ed investirà, schiacciandoli, tutti coloro i quali saranno stati così sprovveduti o presuntuosi da trovarsi sul suo cammino.
Il racconto funziona, le meccaniche sono abbastanza convincenti.
E tuttavia.
Diciamo così, chi ama Camilleri ama il suo scrivere in un siciliano, una scrittura che pur conservando i suoi tratti caratteristici, è facilmente leggibile anche da un fiorentino emigrato a Milano. E' calda, è particolare e ti fa sentire in Sicilia.
Anche i suoi personaggi, di norma si fanno amare. Traspare, inconfondibile, una umanità tutta camilleriana che è il tratto caratteristico dei suoi racconti.
Confesso che ne La rizzagliata, di questa umanità non vi è traccia. Come anticipavo, tutti i personaggi sono meschini o fin troppo cinici nella migliore delle ipotesi. Senza scampo.
Ed anche la scrittura, mi sembra più asciutta, meno amichevole che non nei precedenti racconti.
Per sovrapprezzo, dirò anche che questo racconto mi sembra uscire dalla evoluzione delle tematiche trattate e dell' approccio utilizzato nel tempo dallo scrittore. Seguendolo fedelmente da oltre dieci anni, mi sembra come di aver accompagnato Andrea nel suo maturare, nel suo invecchiare.

Dirò la verità, questo racconto è forse il meno camilleriano di tutti i racconti di Camilleri.
Sembra un pò come se un ammiratore sconosciuto, avesse voluto rendere un omaggio al grande autore ed avesse realizzato un racconto cercando di ricalcarne lo stile e la vena.
Con un risultato appena accettabile.

Insomma, dovessi suggerire un racconto per conoscere Camilleri, non sarebbe questo.

lunedì 19 ottobre 2009

Anne Holt – Quello che ti meriti

Attirato con la Trilogia di Stieg Larsson nella novelle vague del noir scandinavo, ho pensato di tastare il polso ad Anne Holt, scrittrice norvegese, che passa per esserne una delle più valide esponenti.
Complice un 30% di sconto alla Coop, la mia scelta è caduta su “Quello che ti meriti” un romanzo interessante di cui voglio parlarvi prima che la mia memoria si inghiotta tutto.



Anne Holt è una donna che nella vita fa un sacco di cose. E' stata avvocato, è stata giornalista televisiva, ha lavorato per la polizia e – per un paio d'anni – è pure stata ministro della giustizia del suo paese.
Insomma, una ragazza attiva.
Come scrittrice, ha pubblicato una dozzina di racconti, quattro dei quali tradotti anche in Italia.
Quello che ti meriti, è il primo romanzo dove compare la strana coppia di investigatori (dolente la definisce la quarta di copertina) Stubo e Vik.

Sono oltre 400 pagine di un racconto gradevole, forse un po' lento all'inizio ma che piano piano prende ritmo, sino a divenire davvero avvincente.

E' una storia che per la propria costruzione, ed anche per alcune suggestioni, strizza l' occhio al Jeffrey Deaver del Collezionista di ossa.
E tuttavia, la strana coppia di investigatori norvegesi, è davvero molto più umana (o forse solo molto più europea?) di quanto riescano ad esserlo Lincoln Rhyme ed Amelia Sachs di Deaver (nel film, rispettivamente quel bolso di Denzel Washington e quella racchia di Angelina Jolie).
Stubo è un poliziotto massiccio e rassicurante, pure bravo nel suo lavoro. Un omone tutto di un pezzo, segnato da una tragedia grottesca e terrificante. Non è l' eroe affascinante tipo “non deve chiedere mai”, bensì un nonno (non siate agghiacciati: in Scandinavia, si fanno figli a 20 anni, così non è affatto infrequente che un mio coetaneo sia...nonno!) affidabile, che perde tutta la sua sicurezza quando si tratta di fare la corte a Vik.
E Vik? Un matrimonio alle spalle che le ha lasciato una figlia con problemi psichiatrici. Una madre oppressiva e il dubbio se concedersi un'altra possibilità o meno. Oltre, naturalmente una specializzazione ed un grande talento da profiler.

La storia, come è naturale, non ve la racconto, ma tutto sommato è una storia che vale la pena di leggere.
Manca il personaggio che ti resta nel cuore (come Liesbeth Salander per intenderci) ma Stubo e Vik funzionano ed offrono (per me è un plus) una finestra aperta sulle persone comuni di Oslo.
Per quanto mi riguarda, con calma e non appena sarà operativo uno sconto da 30%, mi procurerò anche gli altri racconti tradotti.




martedì 13 ottobre 2009

Mi fido di te ?

No no.. non si tratta di un tardivo approccio a Jovanotti e neppure di un appassionato coming out sul mio amore per Ale eFranz, bensì del titolo di un bel romanzo noir scritto a quattro mani da Francesco Abate e Massimo Carlotto nel 2007.
Ciascuno di noi serba nel cuore dei racconti, delle canzoni o delle pietanze che, seppure non siano dei capolavori, aprono un mondo, oppure mostrano lo stesso sotto una luce diversa.
Ecco perchè vi parlo di questo libro...




Gli autori:
Premesso che non conoscevo Abate, vi dirò che mi piacciono molto i racconti di Carlotto. Ho cominciato leggendo "Il Fuggiasco" che è lo splendido racconto di una vita in clandestinità, trascorsa celando la propria identità e sfuggendo dalla polizia in tutto il mondo. Questo racconto mi aveva colpito non solo per lo struggente realismo dato dal fatto di essere autobiografico (Carlotto è proprio il famoso Carlotto del caso Carlotto! Sempre proclamatosi innocente e condannato per omicidio, poi graziato dal Presidente della Repubblica su pressione di un vasto movimento di opinione pubblica), ma anche per il tono cinicamente ironico con cui riusciva a parlare di tragedie della propria vita durate per anni. Deve esserci della stoffa, pensavo. E così mi sono letto anche gli altri racconti, quasi tutti imperniati sul personaggio (qualche nota autobiografica anche in questo) dell' Alligatore, uno strambo detective con più di un affinità con la "mala" di una volta.

Il racconto:
Parla delle vicende di Gigi Vianello intrigante trafficante veneto costretto dai fatti della (mala)vita a trasferirsi in Sardegna (anche lui, come Carlotto e l' Alligatore). Gigi ha costruito un suo mondo perfetto, commercia con tutto il mondo in partite alimentari contraffatte e guadagna una montagna di soldi sulla salute della gente. Come copertura, ha rilevato a quattro lire un ristorante dal precedente proprietario ridotto in ginocchio dall' usura. Qui serve esclusivamente il meglio del meglio dei cibi naturali, preparati dalla figlia del precedente proprietario, cui ha lasciato la gestione e con la quale convive. Un po' per esigenze di copertura, un po' perché sa bene che ciò che si mangia in giro è quasi sempre porcheria, si è creato il suo angolo da gourmet biologico. Gigi vive sul filo del rasoio, le proprie certezze perennemente appese alla scaltrezza, alla metodica organizzazione di ogni attività ed all' incrollabile fiducia che in un modo o nell' altro tutto andrà per il meglio. Ma una debolezza, una sola, potrebbe incrinare questo castello di carte.
Naturalmente ometterò dettagli sulla trama. Vi basti sapere che non avrete fatto in tempo a simpatizzare con questo cinico ma amabile mostro, che le cose prenderanno una brutta piega. Ed il racconto prenderà un ritmo incalzante, in un susseguirsi di azione e colpi di scena. 

Pulp? 
Se fosse stato scritto una decina di anni fa, sarebbe probabilmente stato acclamato come un capolavoro del genere "pulp". Breve, schietto, diretto, tratteggia con inopinata grazia un nuovo mondo di raccapricciante squallore e miseria morale. Eh si, ce ne sarebbe stato per gridare al capolavoro. Vuoi per i temi trattati, vuoi perché l' autore ci fa parteggiare per un personaggio che- simpatico quanto si vuole- resta un vero e proprio mostro, si sarebbe gridato alla nuova frontiera nella descrizione degli abissi dell' umana condizione (si, lo so, Celine ha esplorato più a fondo di tutti questi abissi molti anni fa, ma vabbè).
Oggi, nel 2009 (ma anche nel 2007, anno di uscita del racconto) il termine "pulp" è un po' in disuso, oltrechè superato da nuove frontiere nella descrizione di abissi (Amici, il Grande Fratello? Chi se lo immaginava un abisso cosi'?!) e definire così questo racconto ha tuttalpiù un effetto nostalgico e demodé. Ma lo trovo corretto, per cui vada bene così!

Conclusioni:
Un bel racconto, che sa divertire, fa provare emozione, tensione e che soprattutto ti viene voglia di leggere fino in fondo (impresa non impossibile, dato che si tratta di 175 pagg.)
Insomma, lo consiglio vivamente per una lettura estiva gradevole ed emozionante e per chi volesse interrogarsi su come il ristorante dove si pranza in pausa lavoro, possa offrire un pranzo completo di caffè e bevande a 8€.
E' edito da Einaudi.

PS: Io preferisco mangiare a casa.

venerdì 9 ottobre 2009

I Libri



In Libreria


Entro in una libreria e vago (a seconda di quanto è grande), senza una meta precisa tra le diverse sezioni, appagato semplicemente dal fatto di essere circondato da libri.
I miei occhi si lasciano attirare dai colori delle copertine, dall' ordine casuale, delle diverse pile e dalla imprevidibilità con cui sono accostati i titoli.
E poi, il profumo della carta che si sprigiona inebriante sfogliando le pagine.
Avete mai notato che ci sono libri che è più piacevole annusare? E che ce ne sono alcuni che si tengono più volentieri in mano di altri?
(sospiro voluttuoso)
Quanta poesia.


Ecco, questa quiete contemplativa, dopo alcuni minuti, giusto il tempo di catalizzare le suggestioni provenienti dai libri, scompare e mi trasformo in un velociraptor dell' arraffo libresco.
In pochi istanti, la mia mente sintetizza tonnellate di informazioni raccolte qua e là, le mescola con le suggestioni di cui sopra e – spinta dall' impulso del momento – guida le mie mani a raccogliere i titoli più disparati, sino a quando non mi ritrovo tra le braccia una pila di volumi che per peso o per controvalore in eur, possa farmi ritenere soddisfatto.

Lo ammetto: sono un compratore (di libri) compulsivo.



A casa

Arrivo a casa, mi siedo comodamente sul divano e ad uno ad uno estraggo dalla busta i volumi che ho acquistato.
Finalmente ne assaporo consistenza e profumo ed una volta rimosse eventuali etichette sconto o promozionali che qualche blasfemo operatore (maledetto sia il codice EAN!) ha inopportunamente applicato sulla copertina, mi concedo di leggere qualche nota sull' autore, ed in genere anche qualche pagina di ciascuno, un assaggino via.

E' proprio in questa fase che, raramente, ma non così tanto, mi rendo conto di aver già letto queste righe. Così corro agli scaffali dove tengo i miei libri e scorro la biblioteca sino a quando non trovo un gemello del tomo che tengo in mano.

Lo ammetto: ho diversi libri doppi.



Nella mia mente

Come scelgo i miei libri?
Innanzitutto, assecondo i miei gusti. I quali non saranno particolarmente raffinati, ma sono piuttosto precisi.
Tra i racconti amo i noir, i thriller, la fantascienza, il fantasy. La logica in queste preferenze, sta nel fatto che nei racconti, deve succedere qualcosa di eccezionale, addirittura di incredibile.
Raramente mi piacciono libri che raccontano di vita vissuta o di quotidianità senza il contributo di un evento straordinario che li ravvivi.
E poi i saggi storici, in particolare sulla storia d'Italia, la quale mi sembra davvero “noir, thriller, fantascienza, fantasy”.
E pure racconto grottesco, ma tant'è.



Le fonti

Certo però, non mi limito a ciò che già conosco, ma cerco anche di trovare ispirazione da diverse fonti fidate per la selezione dei miei prossimi acquisti.
La prima fonte sono gli autori che amo, i più generosi dei quali non risparmiano amorevoli consigli ai propri lettori. Certo, devi fidarti solo delle tracce che lasciano nei loro scritti, e mai delle marchette che fanno nelle interviste. Ma seguendo questa dritta puoi trovare ottime ispirazioni.
Per esempio, è grazie a Sepulveda che ho conosciuto Coloane e grazie a Camilleri che ho vinto il mio istintivo ribrezzo per Scerbanenco.
La seconda fonte è la classifica dei più venduti ai centri commerciali.
Ah! Orrore! Vi immagino, fighette snob a schifarmi e a scrivere a google per farmi chiudere!
Per voi un libro merita di essere letto solo se siete in pochi intimi a goderne la piacevolezza.
Per me no.
Per me, la massa dei visitatori di un centro commerciale costituisce una setaccio piuttosto valido, dal quale raccogliere qualche buona indicazione da combinare con la conoscenza dell' autore, oppure con qualche recensione letta qua e là. Se un libro che a giudicare dalle recensioni potrebbe interessarmi e piace al grande pubblico, non c'è motivo che non piaccia anche a me. Questo almeno in teoria.
Terza fonte, la più preziosa di tutte, sono gli amici (o conoscenti) dei cui gusti letterari mi fido.
Anche qui si rischia (come nelle altre due, del resto) la cantonata, ma vuoi mettere la soddisfazione di farlo sommessamente presente all' “amico”?


John Fante è UNA MMMERDAAAAA!!!! (cit.)